Che cosa accade
quando Dio ci riconcilia con Lui attraverso Gesù ? Che
cosa sente nel suo cuore? Che cosa dovrebbe sperimentare il nostro?
Tutto questo lo evoca Gesù in modo insuperabile nella
parabola del Padre misericordioso.
Più
ancora che i due figli, il vero protagonista del racconto è
il Padre, prodigo in amore. Gesù mette l'accento proprio
sul suo amore accogliente. Egli vuole assicurarci che nel cuore
paterno di Dio si raccoglie e si concentra tutta la misericordia.
Questa grandissima
tenerezza di Dio per i peccatori viene manifestata da Gesù
nella sua sollecitudine per loro e ancor più nel sacrificio
della propria vita. E' Lui, Gesù, il volto visibile del
Padre misericordioso.
Il tema centrale
della parabola è l'amore del padre. A lui non interessa
che il figlio gli abbia dissipato il patrimonio. Ciò che
lo addolora è che il figlio sia lontano da lui, sia disagio
nl sito in cui si trova. Tant'è che quando ritorna non
bada neppure alle sue parole: l'importante è che il figlio
abbia capito e sia tornato. Ecco il motivo della sua gioia: "Questo
mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto
ed è stato ritrovato".
Questo è
il volto del vero Dio, un volto molto diverso da come scribi
e farisei supponevano, e come giusti e benpensanti alle volte
continuano a supporre.
Se prendiamo
in considerazione la figura del figlio minore, allora ci accorgiamo
che il suo peccato non è semplicemente consistito nel
fatto che abbia chiesto la sua parte di eredità e l'abbia
poi dissipata, lontano da casa, in una vita libertina.
Questo comportamento
non è che la conseguenza di una convinzione che gli si
era radicata nell'animo, e cioè la convinzione che la
casa fosse una prigione, che la presenza del padre fosse ingombrante
e mortificante, e dunque l'allontanamento da casa una grande
libertà.
Questo è
il vero peccato del figlio minore. Il suo ritorno a casa, motivato
all'inizio dal disagio, trova il suo culmine non nel proposito
di lavorare come un salariato per riparare il danno, semmai questo
mostra che non ha ancora capito né la profondità
dell'amore del padre né la profondità del suo peccato,
ma semplicemente nell'aver capito che in casa si sta meglio e
che fuori si sta peggio. Questo infatti è quello che voleva
il padre.
Null'altro.
La conversione è un ritorno. Non è un prezzo da
pagare, non sta lì il nocciolo della questione, ma una
mentalità da cambiare.
A questo punto
rileggiamo la parabola dal punto di vista del figlio maggiore.
Anziché condividere la gioia del padre, ne prova invidia.
Come gli scribi e i farisei che mormorano contro Gesù,
anch'egli pensa che il peccato sia consistito nel dilapidare
le sostanze, non invece nel fatto di essersi allontanato da casa.
E si capisce che anch'egli ragiona come il figlio minore. Certo
è rimasto in casa, ma convinto che lo stare in casa sia
faticoso, sia un sacrificio, convinto anch'egli che fuori si
sta meglio.
È un
figlio apparentemente fedele, ma con l'animo del servo, incapace
nel profondo di condividere la gioia del padre, perché
non vede nel fratello che si è allontanato una persona
da salvare, ma semmai un fortunato da punire. Pur essendo il
figlio maggiore, non capisce l'amore del padre e il bisogno di
affetto e di perdono che ha il fratello minore. Il padre è
fermo con lui: non accetta che resti chiuso nella tristezza del
suo egoismo; una fermezza che esprime un amore altrettanto grande,
come quello che aveva mostrato per il figlio più giovane.
Tutti noi abbiamo
estremo bisogno di un padre così come ce lo presenta il
Vangelo, tutti abbiamo bisogno di una casa come questa, ove non
solo siamo accolti, ma perdonati e abbracciati con gioia, perché
"Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita,
era perduto ed è stato ritrovato".