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TEMPO DI QUARESMIA -  ANNO LITURGICO C   | 14 marzo 2010 / 4a Domenica
                                       
COMMENTO ESEGETICO DELLE LETTURE BIBLICHE 


Introduzione:
Continua il percorso biblico verso la festa di Pasqua: dopo Abramo e Mosè, ecco la figura di Giosuè, il condottiero che introduce nella terra promessa. Ma il tema principale di questa domenica è la conversione e il perdono: l'Apostolo ci esorta a lasciarci riconciliare con Dio; Gesù ci parla di un padre compassionevole che attende e riabbraccia il figlio che lo ha rattristato.
1a LETTURA:
 Il popolo di Dio, entrato nella terra promessa, celebra la Pasqua (Gs 5,9a.10-12)
Salmo Responsoriale : (Sal 33) Rit. Gustate e vedete com'è buono il Signore
2a LETTURA: 
Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo (2 Cor 5,17-21)
Canto al Vangelo:  Lode e onore a te, Signore Gesù
VANGELO:
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita (Lc 15,1-3.11-32)
Commento esegetico

Prima lettura: Entrato nella terra promessa, il popolo di Dio, celebra la Pasqua (Gs 5,9a.10-12)



Mosè ha condotto Israele fuori dall'Egitto, ma non ha potuto introdurlo nella terra promessa: è morto nelle steppe di Moab, contemplandola solo da lontano (Dt 34). Per continuare la sua missione il Signore ha scelto Giosuè, assicurandogli il suo aiuto: "Non temere..., perché è con te il Signore tuo Dio" (Gs 1,9). Giosuè e tutto il popolo passano il fiume Giordano e si accampano nella steppa di Gerico. Qui per la prima volta celebrano la Pasqua, il memoriale dell'esodo (cf. Es 12,1-11). Cessa il dono della manna, che li ha accompagnati lungo tutto il percorso (cf. Es 16). Israele può ormai godere dei prodotti della terra promessa.
La vera terra promessa è quella che ci attende al termine del pellegrinaggio terreno (cf. Eb 4,8ss; 10,19ss; 11,39s). Il nostro condottiero - prefigurato da Giosuè - è Gesù stesso, che ci ha preceduti nella casa del Padre. Nel giorno di Pasqua, al quale ci prepara il cammino quaresimale, celebreremo l'"esodo" di Gesù (cf. Lc 9,51), pegno e anticipazione del nostro ingresso nella Terra promessa.

Seconda lettura: Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo (2 Cor 5,17-21)



La missione dell'apostolo è ministero della nuova alleanza (3,1-18) e ministero di riconciliazione (5,11-6,2), grazie al quale l'uomo diventa "nuova creatura". A questo proposito Paolo cita un testo di Isaia: "le cose vecchie sono passate... ne sono nate di nuove" (Is 43,18). Questa assoluta novità è opera di Dio, frutto esclusivamente della sua grazia: "Dio... ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione".
Dominata dal peccato, l'umanità si trovava - e spesso si trova tuttora - in una situazione di inimicizia nei confronti di Dio (cf. Rm 5,8-10). Ma Dio stesso ha preso l'iniziativa e l'ha riconciliata con sé per mezzo di Cristo, "non imputando agli uomini le loro colpe", eliminando cioè l'ostacolo del peccato, rendendoli anzi giusti per mezzo di lui.

Dio ha realizzato la riconciliazione in un modo che lascia sorpresi: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore". Come intendere quest'affermazione paradossale? L'"innocente" (Eb 7,26), "il santo e il giusto" (At 3,14), si è fatto solidale con l'umanità (cf. Eb 2,11ss), ha preso su di sé le nostre colpe (cf. Is 53,5s) e "ha dato se stesso per i nostri peccati" (Gal 1,4). Sono illuminanti due testi paralleli: uno dalla Lettera ai Galati, l'altro da quella ai Romani. Nel primo, parlando del superamento della Legge, Paolo afferma che "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: "Maledetto chi è appeso al legno"" (Gal 3,13). Nel secondo, alludendo al rito del Kippûr (cf. Lv 16), l'apostolo spiega come è stata realizzata la redenzione: Dio lo "ha stabilito come strumento di espiazione nel suo sangue" (Rm 3,25; cf. Eb 9,1-14). La modalità paradossale con la quale ci ha riconciliati con sé è un'ulteriore prova del grande amore di Dio per noi (cf. Rm 5,8.10; 8,32).
Da questa elevata riflessione scaturisce l'appello che l'apostolo rivolge ai cristiani di Corinto, e a noi oggi, a lasciarsi riconciliare con Dio.

Vangelo: Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita (Lc 15,1-3.11-32)



Il brano è tratto dal celebre capitolo 15° di Luca, dedicato al tema della misericordia divina. All'interno della cornice narrativa, che evidenzia una delle ragioni del contrasto tra Gesù e i suoi avversari, le tre parabole - la pecora smarrita, la dramma perduta, il padre misericordioso - rappresentano la sua risposta alla critica dei farisei. Sotto un certo aspetto, la terza parabola svolge il medesimo tema delle precedenti, ma con un crescendo e con sviluppi originali, che ne fanno una delle pagine più affascinanti del terzo Vangelo. L'attaccamento di un pastore alla sua pecorella e l'ansia di una donna che ha perduto il suo piccolo tesoro sono poca cosa rispetto all'amore di un padre per il figlio che ha abbandonato la casa paterna.

Il racconto si articola in due parti: nella prima è descritto il traviamento e il ritorno a casa del figlio più giovane; nella seconda la reazione del fratello e l'intervento conclusivo del padre.
La vicenda del ragazzo che se ne va di casa e sperpera il patrimonio per finire nell'abiezione è la storia del peccato. La conversione ha inizio quando il giovane rientra in se stesso e rimpiange la fortuna di cui prima godeva. L'esperienza della miseria spinge alla ricerca della felicità e fa scattare la decisione: "Andrò da mio padre...". Il monologo esprime la consapevolezza del peccato, il senso di indegnità, ma anche la fiducia di essere riaccolto. In realtà, il padre non ha dimenticato il figlio che gli ha voltato le spalle e continua a spiare l'orizzonte, confidando nel suo ritorno. L'incontro è commovente: pieno di compassione, il buon papà nemmeno vuol sentire la dolorosa confessione del ragazzo, lo abbraccia e lo reintegra pienamente nella sua dignità di figlio (la veste, l'anello). Poi invita tutti a fare festa "perché questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

Qui s'innesta la seconda parte. La reazione del fratello maggiore fa immediatamente capire che questi è la controfigura dei farisei e degli scribi, critici nei confronti di Gesù. Il breve discorso del padre vuole dimostrare che la misericordia e il perdono hanno il sopravvento su quella giustizia, alla quale il figlio buono - che non ha mai trasgredito un suo comando - si è appellato. Alle sue parole di disprezzo e di condanna il padre replica con dolcezza: "Figlio, tu sei sempre con me...", insinuando nel suo cuore sentimenti di bontà: "Questo tuo fratello...". La conclusione ricalca quella delle altre due parabole: bisogna fare festa perché il peccatore, che è pur sempre figlio, "era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

Nella persona di Gesù e nel suo atteggiamento verso i lontani si riflette l'amore misericordioso del Padre celeste verso tutti i propri figli. La lezione impartita agli avversari è valida anche per i discepoli, sia qualora si ripeta in essi la vicenda del "figlio prodigo" sia che debbano riconoscersi nell'atteggiamento gretto dei farisei.

                                                                             D. FRANCESCO MOSETTO sdb - E-mail:  mosetto@tiscali.it 

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