Prima lettura:
Entrato nella terra promessa, il popolo di Dio, celebra la Pasqua
(Gs 5,9a.10-12)
Mosè ha condotto Israele fuori dall'Egitto, ma non ha
potuto introdurlo nella terra promessa: è morto nelle
steppe di Moab, contemplandola solo da lontano (Dt 34). Per continuare
la sua missione il Signore ha scelto Giosuè, assicurandogli
il suo aiuto: "Non temere..., perché è con
te il Signore tuo Dio" (Gs 1,9). Giosuè e tutto il
popolo passano il fiume Giordano e si accampano nella steppa
di Gerico. Qui per la prima volta celebrano la Pasqua, il memoriale
dell'esodo (cf. Es 12,1-11). Cessa il dono della manna, che li
ha accompagnati lungo tutto il percorso (cf. Es 16). Israele
può ormai godere dei prodotti della terra promessa.
La vera terra promessa è quella che ci attende al termine
del pellegrinaggio terreno (cf. Eb 4,8ss; 10,19ss; 11,39s). Il
nostro condottiero - prefigurato da Giosuè - è
Gesù stesso, che ci ha preceduti nella casa del Padre.
Nel giorno di Pasqua, al quale ci prepara il cammino quaresimale,
celebreremo l'"esodo" di Gesù (cf. Lc 9,51),
pegno e anticipazione del nostro ingresso nella Terra promessa.
Seconda
lettura: Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo
(2 Cor 5,17-21)
La missione dell'apostolo è ministero della nuova alleanza
(3,1-18) e ministero di riconciliazione (5,11-6,2), grazie al
quale l'uomo diventa "nuova creatura". A questo proposito
Paolo cita un testo di Isaia: "le cose vecchie sono passate...
ne sono nate di nuove" (Is 43,18). Questa assoluta novità
è opera di Dio, frutto esclusivamente della sua grazia:
"Dio... ci ha riconciliati con sé mediante Cristo
e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione".
Dominata dal peccato, l'umanità si trovava - e spesso
si trova tuttora - in una situazione di inimicizia nei confronti
di Dio (cf. Rm 5,8-10). Ma Dio stesso ha preso l'iniziativa e
l'ha riconciliata con sé per mezzo di Cristo, "non
imputando agli uomini le loro colpe", eliminando cioè
l'ostacolo del peccato, rendendoli anzi giusti per mezzo di lui.
Dio ha realizzato la riconciliazione
in un modo che lascia sorpresi: "Colui che non aveva conosciuto
peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore". Come intendere
quest'affermazione paradossale? L'"innocente" (Eb 7,26),
"il santo e il giusto" (At 3,14), si è fatto
solidale con l'umanità (cf. Eb 2,11ss), ha preso su di
sé le nostre colpe (cf. Is 53,5s) e "ha dato se stesso
per i nostri peccati" (Gal 1,4). Sono illuminanti due testi
paralleli: uno dalla Lettera ai Galati, l'altro da quella ai
Romani. Nel primo, parlando del superamento della Legge, Paolo
afferma che "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della
Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché
sta scritto: "Maledetto chi è appeso al legno""
(Gal 3,13). Nel secondo, alludendo al rito del Kippûr (cf.
Lv 16), l'apostolo spiega come è stata realizzata la redenzione:
Dio lo "ha stabilito come strumento di espiazione nel suo
sangue" (Rm 3,25; cf. Eb 9,1-14). La modalità paradossale
con la quale ci ha riconciliati con sé è un'ulteriore
prova del grande amore di Dio per noi (cf. Rm 5,8.10; 8,32).
Da questa elevata riflessione scaturisce l'appello che l'apostolo
rivolge ai cristiani di Corinto, e a noi oggi, a lasciarsi riconciliare
con Dio.
Vangelo:
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita (Lc
15,1-3.11-32)
Il brano è tratto dal celebre capitolo 15° di Luca,
dedicato al tema della misericordia divina. All'interno della
cornice narrativa, che evidenzia una delle ragioni del contrasto
tra Gesù e i suoi avversari, le tre parabole - la pecora
smarrita, la dramma perduta, il padre misericordioso - rappresentano
la sua risposta alla critica dei farisei. Sotto un certo aspetto,
la terza parabola svolge il medesimo tema delle precedenti, ma
con un crescendo e con sviluppi originali, che ne fanno una delle
pagine più affascinanti del terzo Vangelo. L'attaccamento
di un pastore alla sua pecorella e l'ansia di una donna che ha
perduto il suo piccolo tesoro sono poca cosa rispetto all'amore
di un padre per il figlio che ha abbandonato la casa paterna.
Il racconto si articola in
due parti: nella prima è descritto il traviamento e il
ritorno a casa del figlio più giovane; nella seconda la
reazione del fratello e l'intervento conclusivo del padre.
La vicenda del ragazzo che se ne va di casa e sperpera il patrimonio
per finire nell'abiezione è la storia del peccato. La
conversione ha inizio quando il giovane rientra in se stesso
e rimpiange la fortuna di cui prima godeva. L'esperienza della
miseria spinge alla ricerca della felicità e fa scattare
la decisione: "Andrò da mio padre...". Il monologo
esprime la consapevolezza del peccato, il senso di indegnità,
ma anche la fiducia di essere riaccolto. In realtà, il
padre non ha dimenticato il figlio che gli ha voltato le spalle
e continua a spiare l'orizzonte, confidando nel suo ritorno.
L'incontro è commovente: pieno di compassione, il buon
papà nemmeno vuol sentire la dolorosa confessione del
ragazzo, lo abbraccia e lo reintegra pienamente nella sua dignità
di figlio (la veste, l'anello). Poi invita tutti a fare festa
"perché questo mio figlio era morto ed è ritornato
in vita, era perduto ed è stato ritrovato".
Qui s'innesta la seconda parte.
La reazione del fratello maggiore fa immediatamente capire che
questi è la controfigura dei farisei e degli scribi, critici
nei confronti di Gesù. Il breve discorso del padre vuole
dimostrare che la misericordia e il perdono hanno il sopravvento
su quella giustizia, alla quale il figlio buono - che non ha
mai trasgredito un suo comando - si è appellato. Alle
sue parole di disprezzo e di condanna il padre replica con dolcezza:
"Figlio, tu sei sempre con me...", insinuando nel suo
cuore sentimenti di bontà: "Questo tuo fratello...".
La conclusione ricalca quella delle altre due parabole: bisogna
fare festa perché il peccatore, che è pur sempre
figlio, "era morto ed è tornato in vita, era perduto
ed è stato ritrovato".
Nella persona di Gesù
e nel suo atteggiamento verso i lontani si riflette l'amore misericordioso
del Padre celeste verso tutti i propri figli. La lezione impartita
agli avversari è valida anche per i discepoli, sia qualora
si ripeta in essi la vicenda del "figlio prodigo" sia
che debbano riconoscersi nell'atteggiamento gretto dei farisei.