IL PADRE
NOSTRO, UN DIO CHE CI SORPRENDE
Galgala, in
ebraico Ghilgal, segna la tappa terminale del cammino del popolo
di Israele, durato quarant'anni, verso la Terra Promessa. Situata
a qualche chilometro da Gerico, è stata un punto di riferimento
storico molto importante per gli ebrei. Visitata da Samuele (1
Sam 7,16), sede della proclamazione a re di Saul (1 Sam 11, 14-15)
e della sua destituzione (1 Sam 13,8-15) divenne , all'epoca
dei profeti, nell'ottavo secolo avanti Cristo, santuario sede
di culti idolatrici (Os 4,15; Am 4,4; 5,5; Mi 6,5).
In essa vengono
meno gli aiuti straordinari da parte di Jahweh (la manna) ed
il popolo deve cominciare a camminare nella storia confidando
solo nelle proprie forze e capacità. E' l'inizio dell'autonomia
esistenziale, della maturità nel gestirsi e della libertà
nell'osservare gli impegni presi nell'Alleanza con Dio anche
a costo di deragliare dai giusti binari, cosa che puntualmente
si verificò nel corso dei secoli. Il rispetto dell'Alleanza
diventa il termometro che misura l'intensità e la profondità
del credere di ogni buon israelita; esso radica il popolo eletto
in una nuova dimensione della fede.
Anche Paolo,
nella seconda lettura, ci ricorda che il nostro legame con Cristo,
morto e risorto, ci rende nuove creature spalancandoci nuovi
orizzonti di vita, dove non passiamo il tempo, concesso a noi,
a ravanare fra le vecchie scarabattole del passato, ma a vivere
la vita in modo nuovo illuminato e sostenuto dalla riconciliazione
con Dio e con il prossimo. Lo stesso concetto viene ribadito
nello splendido racconto evangelico di Luca. In esso viene raccontata
l'avventura esistenziale di un ragazzo vivace e molto vicino
a noi nel comportarsi.
Il giovane,
di buona e rispettata famiglia, ad un certo punto della sua adolescenza,
probabilmente verso i diciotto anni quando i ragazzi ebrei diventano
maggiorenni, stufo della solita routine quotidiana, decide di
affrontare la vita a modo suo. La sua innata esuberanza lo spinge
a lasciare il tranquillo ancoraggio del porto paterno, per affrontare
in libertà l'oceano della vita.
Non si trova
male in compagnia del Padre e del fratello maggiore. Tuttavia
sente che gli manca qualcosa di fondamentale per appagare la
sua seta di vivere. Lui vuole prendere il largo e non limitarsi
al piccolo cabotaggio di una vita passata nel non rischio e nella
rassegnazione del quotidiano. Lo sguardo paterno, ma austero,
del Padre e l'opportunismo , mascherato di ossequio e devozione
più apparenti che reali, del fratello, lo limitano e condizionano.
Meglio darci
un taglio netto, raccogliere i propri beni e giocarsi la vita
scommettendo solo su se stesso affrancato dalla tutela paterna
e dai falsi moralismi fraterni. Se ne va senza sbattere la porta,
in punta di piedi, pieno di gratitudine per quanto ha ricevuto.
La sua non è una fuga polemica e rancorosa, è una
semplice richiesta di autonomia vissuta come un diritto ed un
dovere. Scommette sulla sua persona, parte tutto baldanzoso e
speranzoso
e finisce dritto e filato nella porcilaia dell'esistenza.
Lui, educato nella fede ebraica dei padri, finisce a pascolare
i porci, animali immondi ed impuri perché hanno il piede
caprino, ma non uno stomaco ruminante (Lv 11,7).
A contatto
con una realtà tanto degradata, rientra in se stesso,
non si mette a frignare sui suoi errori di vita, non si limita
ad auto compiangersi, semplicemente decide di ripercorrere, in
retromarcia, la strada verso casa. Sa che non ha scuse da presentare,
né diritti da rivendicare. Semplicemente è sicuro
che il Padre, il fratello meglio lasciarlo stare, non gli chiuderà
la porta in faccia.
La sua sorpresa
diventa grande, quando il Padre al rivederlo dà di matto.
Osservante ebreo qual è, non gli chiede di fare una doccia
che gli tolga l'impurità e l'odore di maiale, semplicemente
gli si avvinghia al collo. Non gliene importa un fico secco del
fatto che abbia dilapidato un patrimonio, quello che conta è
averlo di nuovo a casa. Non vuole scuse, ma festeggiamenti perché
il figlio è stato ritrovato.
Veramente il
Padre nostro è un Dio che ci sorprende. Abituati come
siamo a misurare tutto e tutti con il bilancino del nostro moralismo
ipocrita, non riusciamo a capacitarci dell'immensità della
misericordia divina. Essa è tanto sconfinata da mettere
a dura prova il nostro micragnoso concetto di giustizia. Siamo
così adagiati sui nostri vecchi conformismi e radicate
abitudini che ci risulta difficile comprendere tanta misericordia.
Però
quanto siamo vecchi dentro nonostante tutti
i nostri make-up che tentano di darci una patina di gioventù!