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      TEMPO DI QUARESMIA - ANNO LITURGICO C  | 14 marzo 2010 / 4a Domenica
     LITURGIA e LETTURE DELLA DOMENICA   | Omelia di approfondimento


IL PADRE NOSTRO, UN DIO CHE CI SORPRENDE

Galgala, in ebraico Ghilgal, segna la tappa terminale del cammino del popolo di Israele, durato quarant'anni, verso la Terra Promessa. Situata a qualche chilometro da Gerico, è stata un punto di riferimento storico molto importante per gli ebrei. Visitata da Samuele (1 Sam 7,16), sede della proclamazione a re di Saul (1 Sam 11, 14-15) e della sua destituzione (1 Sam 13,8-15) divenne , all'epoca dei profeti, nell'ottavo secolo avanti Cristo, santuario sede di culti idolatrici (Os 4,15; Am 4,4; 5,5; Mi 6,5).

In essa vengono meno gli aiuti straordinari da parte di Jahweh (la manna) ed il popolo deve cominciare a camminare nella storia confidando solo nelle proprie forze e capacità. E' l'inizio dell'autonomia esistenziale, della maturità nel gestirsi e della libertà nell'osservare gli impegni presi nell'Alleanza con Dio anche a costo di deragliare dai giusti binari, cosa che puntualmente si verificò nel corso dei secoli. Il rispetto dell'Alleanza diventa il termometro che misura l'intensità e la profondità del credere di ogni buon israelita; esso radica il popolo eletto in una nuova dimensione della fede.

Anche Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che il nostro legame con Cristo, morto e risorto, ci rende nuove creature spalancandoci nuovi orizzonti di vita, dove non passiamo il tempo, concesso a noi, a ravanare fra le vecchie scarabattole del passato, ma a vivere la vita in modo nuovo illuminato e sostenuto dalla riconciliazione con Dio e con il prossimo. Lo stesso concetto viene ribadito nello splendido racconto evangelico di Luca. In esso viene raccontata l'avventura esistenziale di un ragazzo vivace e molto vicino a noi nel comportarsi.

Il giovane, di buona e rispettata famiglia, ad un certo punto della sua adolescenza, probabilmente verso i diciotto anni quando i ragazzi ebrei diventano maggiorenni, stufo della solita routine quotidiana, decide di affrontare la vita a modo suo. La sua innata esuberanza lo spinge a lasciare il tranquillo ancoraggio del porto paterno, per affrontare in libertà l'oceano della vita.

Non si trova male in compagnia del Padre e del fratello maggiore. Tuttavia sente che gli manca qualcosa di fondamentale per appagare la sua seta di vivere. Lui vuole prendere il largo e non limitarsi al piccolo cabotaggio di una vita passata nel non rischio e nella rassegnazione del quotidiano. Lo sguardo paterno, ma austero, del Padre e l'opportunismo , mascherato di ossequio e devozione più apparenti che reali, del fratello, lo limitano e condizionano.

Meglio darci un taglio netto, raccogliere i propri beni e giocarsi la vita scommettendo solo su se stesso affrancato dalla tutela paterna e dai falsi moralismi fraterni. Se ne va senza sbattere la porta, in punta di piedi, pieno di gratitudine per quanto ha ricevuto. La sua non è una fuga polemica e rancorosa, è una semplice richiesta di autonomia vissuta come un diritto ed un dovere. Scommette sulla sua persona, parte tutto baldanzoso e speranzoso… e finisce dritto e filato nella porcilaia dell'esistenza. Lui, educato nella fede ebraica dei padri, finisce a pascolare i porci, animali immondi ed impuri perché hanno il piede caprino, ma non uno stomaco ruminante (Lv 11,7).

A contatto con una realtà tanto degradata, rientra in se stesso, non si mette a frignare sui suoi errori di vita, non si limita ad auto compiangersi, semplicemente decide di ripercorrere, in retromarcia, la strada verso casa. Sa che non ha scuse da presentare, né diritti da rivendicare. Semplicemente è sicuro che il Padre, il fratello meglio lasciarlo stare, non gli chiuderà la porta in faccia.

La sua sorpresa diventa grande, quando il Padre al rivederlo dà di matto. Osservante ebreo qual è, non gli chiede di fare una doccia che gli tolga l'impurità e l'odore di maiale, semplicemente gli si avvinghia al collo. Non gliene importa un fico secco del fatto che abbia dilapidato un patrimonio, quello che conta è averlo di nuovo a casa. Non vuole scuse, ma festeggiamenti perché il figlio è stato ritrovato.

Veramente il Padre nostro è un Dio che ci sorprende. Abituati come siamo a misurare tutto e tutti con il bilancino del nostro moralismo ipocrita, non riusciamo a capacitarci dell'immensità della misericordia divina. Essa è tanto sconfinata da mettere a dura prova il nostro micragnoso concetto di giustizia. Siamo così adagiati sui nostri vecchi conformismi e radicate abitudini che ci risulta difficile comprendere tanta misericordia. Però… quanto siamo vecchi dentro nonostante tutti i nostri make-up che tentano di darci una patina di gioventù!

                                                            D. ERMETE TESSORE sdb - E-Mail:  ermete.tessore@31gennaio.net

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