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      TEMPO DI QUARESIMA - ANNO LITURGICO C   |  7 marzo 2010 / 3a  Domenica
     LITURGIA e LETTURE DELLA DOMENICA    
|   Omelia di approfondimento


Il messaggio che ci viene dalla liturgia della Parola di questa 3a domenica di quaresima è chiaro: l'iniziativa della nostra salvezza proviene da Dio, ma a noi spetta corrispondervi e collaborare.
S. Agostino sintetizzerebbe così il messaggio: "Chi ti ha creato senza il tuo consenso, non ti salverà senza la tua collaborazione".

Nel libro dell'Esodo, Dio si rivela come il Dio fedele, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio che mantiene le promesse; si rivela come il liberatore del suo popolo, colui che decide, di sua spontanea e gratuita iniziativa, la liberazione di Israele dall'Egitto: "ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze… sono sceso per liberarlo".

A Mosé Dio conferisce l'incarico di condurre il suo popolo verso la libertà, e gli assicura il pieno successo della sua missione, rivelandogli il suo nome: Io sono colui che sono.

S. Paolo, nella lettera ai cristiani di Corinto, ci insegna che anche la nostra salvezza è frutto dell'azione gratuita di Dio, ma che essa richiede la nostra collaborazione e cooperazione alla grazia.
I neo convertiti della Comunità di Corinto ostentavano una certa sicurezza e presunzione di essere già definitivamente salvati.

S. Paolo li mette in guardia con una semplice riflessione sulla storia del popolo eletto: tutti gli Israeliti erano usciti dall'Egitto, tutti avevano goduto dei benefici e dei prodigi compiuti dal Signore in loro favore, nel deserto; tutti passarono il mar Rosso, tutti mangiarono la manna venuta dal cielo, e bevvero dell'acqua fatta scaturire dalla roccia. "Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto". Nessuno di quelli usciti dall'Egitto entrò nella terra promessa.

Non vi può, quindi essere presunzione di sicurezza, perché c'è sempre possibilità di cadere e di perdersi: "chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere", ci esorta ancora S. Paolo.
Nel brano del vangelo di Luca, Gesù completa il pensiero, correggendo una mentalità corrente presso gli Ebrei del suo tempo i quali consideravano le disgrazie come conseguenza di peccati personali, cioè come punizione di Dio. Ne conseguiva che, chi non era colpito da disgrazia, si riteneva a posto con Dio, si riteneva giusto. Gesù, partendo da due fatti di cronaca contemporanea, corregge questa mentalità: "Credete che quei Galilei (uccisi da Pilato, mentre compivano il sacrificio) fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?… O che quei diciotto sopra i quali rovinò la Torre di Siloe e li uccise, fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?". No! risponde chiaro Gesù, escludendo categoricamente che le sciagure siano punizione di Dio, castigo dei peccati. Guai, altrimenti nessuno ne sarebbe risparmiato, essendo tutti poveri peccatori.
Dalle due sciagure, invece, Gesù trae motivo per un severo avvertimento: "se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo".

Nelle sciagure, Gesù insegna a vedere un segno della precarietà della vita umana; la necessità quindi, e l'urgenza, per tutti, del ravvedimento e della conversione, per non giungere impreparati alla resa di conti.

Con la parabola del fico sterile e del padrone che per tre anni attende che produca frutti, e poi aspetta ancora un anno, prima di sradicarlo, Gesù ci rivela l'immensa misericordia del Padre celeste verso di noi uomini. Egli attende pazientemente, attende a lungo la nostra conversione, ma noi non possiamo abusare della sua pazienza e sprecare il tempo della sua misericordia, perché arriva anche il momento del rendiconto.

Dobbiamo quindi trarre alcune considerazioni: innanzi tutto, per il fatto che siamo battezzati, che facciamo parte della Chiesa, che ci accostiamo ai Sacramenti e partecipiamo all'Eucaristia, non siamo ancora garantiti della nostra definitiva salvezza. Dobbiamo portare frutti di opere buone: dobbiamo operare il bene, amare Dio con tutte le nostre forze ed il prossimo come noi stessi.

Non possiamo abusare della pazienza di Dio, e rinviare continuamente la decisione e l'impegno di cambiare in meglio la nostra vita. Finché abbiamo tempo, approfittiamone; non è detto che ce ne rimanga molto. Dio solo lo sa; certo è che Dio vuole che facciamo fruttare al massimo il tempo che ci concede.

La quaresima è il tempo propizio per esaminare la nostra vita: domandiamoci quanti anni di vita cristiana abbiamo e quali sono i frutti di autentico cristianesimo che abbiamo portato. Dio è paziente, ma la sua pazienza ha un termine. Procuriamo di rendere più operosa e fruttuosa la nostra vita in ordine a Dio e all'edificazione, al sollievo dei fratelli. Solo così la nostra non sarà un'esistenza inutile e magari dannosa.
Ci aiuti la Madonna Ausiliatrice la nostra Madre amorosa

                                                                         D. MARIO MORRA sdb - E-mail:  csdm.valdocco@gmail.com 

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