Il messaggio
che ci viene dalla liturgia della Parola di questa 3a domenica
di quaresima è chiaro: l'iniziativa della nostra salvezza
proviene da Dio, ma a noi spetta corrispondervi e collaborare.
S. Agostino sintetizzerebbe così il messaggio: "Chi
ti ha creato senza il tuo consenso, non ti salverà senza
la tua collaborazione".
Nel libro dell'Esodo,
Dio si rivela come il Dio fedele, il Dio di Abramo, di Isacco
e di Giacobbe, il Dio che mantiene le promesse; si rivela come
il liberatore del suo popolo, colui che decide, di sua spontanea
e gratuita iniziativa, la liberazione di Israele dall'Egitto:
"ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, e ho
udito il suo grido
conosco le sue sofferenze
sono
sceso per liberarlo".
A Mosé
Dio conferisce l'incarico di condurre il suo popolo verso la
libertà, e gli assicura il pieno successo della sua missione,
rivelandogli il suo nome: Io sono colui che sono.
S. Paolo, nella
lettera ai cristiani di Corinto, ci insegna che anche la nostra
salvezza è frutto dell'azione gratuita di Dio, ma che
essa richiede la nostra collaborazione e cooperazione alla grazia.
I neo convertiti della Comunità di Corinto ostentavano
una certa sicurezza e presunzione di essere già definitivamente
salvati.
S. Paolo li
mette in guardia con una semplice riflessione sulla storia del
popolo eletto: tutti gli Israeliti erano usciti dall'Egitto,
tutti avevano goduto dei benefici e dei prodigi compiuti dal
Signore in loro favore, nel deserto; tutti passarono il mar Rosso,
tutti mangiarono la manna venuta dal cielo, e bevvero dell'acqua
fatta scaturire dalla roccia. "Ma della maggior parte di
loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel
deserto". Nessuno di quelli usciti dall'Egitto entrò
nella terra promessa.
Non vi può,
quindi essere presunzione di sicurezza, perché c'è
sempre possibilità di cadere e di perdersi: "chi
crede di stare in piedi, guardi di non cadere", ci esorta
ancora S. Paolo.
Nel brano del vangelo di Luca, Gesù completa il pensiero,
correggendo una mentalità corrente presso gli Ebrei del
suo tempo i quali consideravano le disgrazie come conseguenza
di peccati personali, cioè come punizione di Dio. Ne conseguiva
che, chi non era colpito da disgrazia, si riteneva a posto con
Dio, si riteneva giusto. Gesù, partendo da due fatti di
cronaca contemporanea, corregge questa mentalità: "Credete
che quei Galilei (uccisi da Pilato, mentre compivano il sacrificio)
fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito
tale sorte?
O che quei diciotto sopra i quali rovinò
la Torre di Siloe e li uccise, fossero più colpevoli di
tutti gli abitanti di Gerusalemme?". No! risponde chiaro
Gesù, escludendo categoricamente che le sciagure siano
punizione di Dio, castigo dei peccati. Guai, altrimenti nessuno
ne sarebbe risparmiato, essendo tutti poveri peccatori.
Dalle due sciagure, invece, Gesù trae motivo per un severo
avvertimento: "se non vi convertirete, perirete tutti allo
stesso modo".
Nelle sciagure,
Gesù insegna a vedere un segno della precarietà
della vita umana; la necessità quindi, e l'urgenza, per
tutti, del ravvedimento e della conversione, per non giungere
impreparati alla resa di conti.
Con la parabola
del fico sterile e del padrone che per tre anni attende che produca
frutti, e poi aspetta ancora un anno, prima di sradicarlo, Gesù
ci rivela l'immensa misericordia del Padre celeste verso di noi
uomini. Egli attende pazientemente, attende a lungo la nostra
conversione, ma noi non possiamo abusare della sua pazienza e
sprecare il tempo della sua misericordia, perché arriva
anche il momento del rendiconto.
Dobbiamo quindi
trarre alcune considerazioni: innanzi tutto, per il fatto che
siamo battezzati, che facciamo parte della Chiesa, che ci accostiamo
ai Sacramenti e partecipiamo all'Eucaristia, non siamo ancora
garantiti della nostra definitiva salvezza. Dobbiamo portare
frutti di opere buone: dobbiamo operare il bene, amare Dio con
tutte le nostre forze ed il prossimo come noi stessi.
Non possiamo
abusare della pazienza di Dio, e rinviare continuamente la decisione
e l'impegno di cambiare in meglio la nostra vita. Finché
abbiamo tempo, approfittiamone; non è detto che ce ne
rimanga molto. Dio solo lo sa; certo è che Dio vuole che
facciamo fruttare al massimo il tempo che ci concede.
La quaresima
è il tempo propizio per esaminare la nostra vita: domandiamoci
quanti anni di vita cristiana abbiamo e quali sono i frutti di
autentico cristianesimo che abbiamo portato. Dio è paziente,
ma la sua pazienza ha un termine. Procuriamo di rendere più
operosa e fruttuosa la nostra vita in ordine a Dio e all'edificazione,
al sollievo dei fratelli. Solo così la nostra non sarà
un'esistenza inutile e magari dannosa.
Ci aiuti la Madonna Ausiliatrice la nostra Madre amorosa