Il brano dell'Esodo
narra la vocazione di Mosè: Dio lo chiama e gli affida
la missione di essere suo strumento per la liberazione del popolo,
che si trova schiavo in Egitto. A lui rivela anche il proprio
nome: "Io sono Colui che sono!". Significa "Colui
che è (in ebraico: "Iahvè"). In che senso?
Dio è l'unico che esiste veramente, in una pienezza di
vita. E' il "Vivente", fonte della vita.
L'unico che
può salvare, in contrapposizione a quanti - ieri e oggi
- sono ritenuti "dei", ma sono "idoli", cioè
solo apparenza. Egli è Colui che è efficacemente
presente al popolo che si è scelto. E' per il suo popolo,
è con il suo popolo, in una compagnia eternamente fedele.
A un Dio così i credenti sanno di potersi "convertire"
e affidare con totale sicurezza.
La conversione,
però, deve essere sincera. San Paolo ricorda l'esperienza
degli Israeliti nel deserto sotto la guida di Mosè, come
viene riferita dalla Torah. Nonostante i doni abbondanti di cui
beneficiarono, essi non rimasero fedeli alla Sua promessa. Anche
per noi questo può essere d'insegnamento: l'appartenenza
ufficiale al popolo di Dio e i Sacramenti non ci "assicurano"
magicamente per la salvezza. Occorrono fedeltà e vigilanza
costante, per non perdere la promessa di amore del Padre.
L'appello alla
conversione che Gesù rivolge è forte e perentorio,
non dà adito a scappatoie.
Prende spunto da due fatti di cronaca nera, da due tragedie,
come abbiamo sentito: il massacro di un gruppo di Galilei ad
opera di Pilato e l'incidente di una torre che, crollando, ha
schiacciato 18 persone. Gesù contesta la concezione che
la disgrazia è castigo per il peccato, per cui le vittime
sarebbero più colpevoli degli altri.
Diffusa, era
la credenza popolare secondo cui ogni disgrazia è conseguenza
e pena di determinati peccati. E per un certo verso è
un modo di pensare che può far comodo e tranquilizzare
la coscienza: questo male a me non è accaduto; quindi
sono a posto.
Una sua versione
più moderna, un tentativo di trovare una spiegazione razionale
dei fatti tragici e dolorosi consiste nell'interpretarli come
frutto del caso o come effetto di meccanismi naturali o sociali,
evitando di leggere tali fatti in profondità e di lasciarsi
interpellare da essi.
Per Gesù,
invece, la disgrazia non è il segno del peccato, ma le
disgrazie, di cui alcuni sono vittime, sono un richiamo a cambiare
modo di pensare e di vivere, scuotendosi dalle illusioni e dalle
false sicurezze. Gesù ci rivolge l'appello a riconoscere
negli avvenimenti, anche i più gravi, un segnale che Dio
ci offre perché ci convertiamo sul serio. Questo significa
non solo abbandonare la credenza superficiale che la disgrazia
è effetto del peccato, ma trasformare in profondità
il nostro cuore.
Gesù
rafforza il suo appello alla conversione con la parabola del
fico sterile, ricco di fogliane ma senza frutti, che occupa inutilmente
il terreno. Gli viene concesso un ultimo periodo di tempo. Ma,
se continua a restare privo di frutti, verrà irreversibilmente
tagliato. Il messaggio della parabola è chiaro: "Finché
sei in tempo, convertiti!", cioè smettila di voltare
le spalle a Dio, ma volgi a Lui il tuo cuore. In che modo? Riprendendo
o affinando il dialogo con Lui attraverso l'ascolto della sua
parola e la preghiera.
Incontrandolo
e amandolo concretamente in ogni prossimo, nel quale ci attende.
Nella parabola viene sottolineata la pazienza del padrone che
concede ancora tempo perché il fico produca frutti. In
tal modo richiama la pazienza del Padre, che non si stanca di
aspettare il ritorno dei figli e offre ancora l'opportunità
per convertirsi. Questo atteggiamento non può giustificare
il disimpegno, deve piuttosto spingere ad approfittare della
sua misericordia.
L'intercessione
del vignaiolo presso il padrone in difesa del fico e la sua cura
eccessiva per attivarlo fanno pensare a Gesù, che dona
interamente se stesso per portare il popolo alla fedeltà
operosa, che Dio attende da lui. Dio infatti è interessato
alla fecondità dei suoi fedeli. I frutti diventano allora
conversione concreta, cioè "fede che opera per mezzo
della carità".
È il
rapporto filiale con Dio che si traduce in una preghiera sempre
più centrata su di Lui e nell'attenzione a compiere gesti
d'amore sempre più perfetti. È appunto l'amore,
in tutta la ricchezza delle sue forme, il "frutto"
per eccellenza dello Spirito se noi ci lasciamo abitare da lui.