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      TEMPO QUARESIMA C - ANNO LITURGICO C  | 7 marzo 2010 / 3a Domenica
     LITURGIA e LETTURE DELLA DOMENICA        
|  Omelia di approfondimento


       Io sono colui che sono

Il brano dell'Esodo narra la vocazione di Mosè: Dio lo chiama e gli affida la missione di essere suo strumento per la liberazione del popolo, che si trova schiavo in Egitto. A lui rivela anche il proprio nome: "Io sono Colui che sono!". Significa "Colui che è (in ebraico: "Iahvè"). In che senso? Dio è l'unico che esiste veramente, in una pienezza di vita. E' il "Vivente", fonte della vita.

L'unico che può salvare, in contrapposizione a quanti - ieri e oggi - sono ritenuti "dei", ma sono "idoli", cioè solo apparenza. Egli è Colui che è efficacemente presente al popolo che si è scelto. E' per il suo popolo, è con il suo popolo, in una compagnia eternamente fedele. A un Dio così i credenti sanno di potersi "convertire" e affidare con totale sicurezza.

La conversione, però, deve essere sincera. San Paolo ricorda l'esperienza degli Israeliti nel deserto sotto la guida di Mosè, come viene riferita dalla Torah. Nonostante i doni abbondanti di cui beneficiarono, essi non rimasero fedeli alla Sua promessa. Anche per noi questo può essere d'insegnamento: l'appartenenza ufficiale al popolo di Dio e i Sacramenti non ci "assicurano" magicamente per la salvezza. Occorrono fedeltà e vigilanza costante, per non perdere la promessa di amore del Padre.

L'appello alla conversione che Gesù rivolge è forte e perentorio, non dà adito a scappatoie.
Prende spunto da due fatti di cronaca nera, da due tragedie, come abbiamo sentito: il massacro di un gruppo di Galilei ad opera di Pilato e l'incidente di una torre che, crollando, ha schiacciato 18 persone. Gesù contesta la concezione che la disgrazia è castigo per il peccato, per cui le vittime sarebbero più colpevoli degli altri.

Diffusa, era la credenza popolare secondo cui ogni disgrazia è conseguenza e pena di determinati peccati. E per un certo verso è un modo di pensare che può far comodo e tranquilizzare la coscienza: questo male a me non è accaduto; quindi sono a posto.

Una sua versione più moderna, un tentativo di trovare una spiegazione razionale dei fatti tragici e dolorosi consiste nell'interpretarli come frutto del caso o come effetto di meccanismi naturali o sociali, evitando di leggere tali fatti in profondità e di lasciarsi interpellare da essi.

Per Gesù, invece, la disgrazia non è il segno del peccato, ma le disgrazie, di cui alcuni sono vittime, sono un richiamo a cambiare modo di pensare e di vivere, scuotendosi dalle illusioni e dalle false sicurezze. Gesù ci rivolge l'appello a riconoscere negli avvenimenti, anche i più gravi, un segnale che Dio ci offre perché ci convertiamo sul serio. Questo significa non solo abbandonare la credenza superficiale che la disgrazia è effetto del peccato, ma trasformare in profondità il nostro cuore.

Gesù rafforza il suo appello alla conversione con la parabola del fico sterile, ricco di fogliane ma senza frutti, che occupa inutilmente il terreno. Gli viene concesso un ultimo periodo di tempo. Ma, se continua a restare privo di frutti, verrà irreversibilmente tagliato. Il messaggio della parabola è chiaro: "Finché sei in tempo, convertiti!", cioè smettila di voltare le spalle a Dio, ma volgi a Lui il tuo cuore. In che modo? Riprendendo o affinando il dialogo con Lui attraverso l'ascolto della sua parola e la preghiera.

Incontrandolo e amandolo concretamente in ogni prossimo, nel quale ci attende.
Nella parabola viene sottolineata la pazienza del padrone che concede ancora tempo perché il fico produca frutti. In tal modo richiama la pazienza del Padre, che non si stanca di aspettare il ritorno dei figli e offre ancora l'opportunità per convertirsi. Questo atteggiamento non può giustificare il disimpegno, deve piuttosto spingere ad approfittare della sua misericordia.

L'intercessione del vignaiolo presso il padrone in difesa del fico e la sua cura eccessiva per attivarlo fanno pensare a Gesù, che dona interamente se stesso per portare il popolo alla fedeltà operosa, che Dio attende da lui. Dio infatti è interessato alla fecondità dei suoi fedeli. I frutti diventano allora conversione concreta, cioè "fede che opera per mezzo della carità".

È il rapporto filiale con Dio che si traduce in una preghiera sempre più centrata su di Lui e nell'attenzione a compiere gesti d'amore sempre più perfetti. È appunto l'amore, in tutta la ricchezza delle sue forme, il "frutto" per eccellenza dello Spirito se noi ci lasciamo abitare da lui.

                                                          LUCA DESSERAFINO sdbE-Mail:  luca.desserafino@31gennaio.net 

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