La prima lettura (Es 3,1-8a.13-15)
presenta
la vocazione di Mosè. Fuggito dalla casa del Faraone,
dove era cresciuto, Mosè si è rifugiato tra i pastori
di Madian, nella zona montagnosa della penisola del Sinai. Qui
lo raggiunge la chiamata di Dio. L'"angelo del Signore",
personificazione della presenza di Dio stesso, gli appare in
un fuoco misterioso che brucia un roveto senza consumarlo. Il
Signore chiama Mosè per nome e gli ordina di togliersi
i calzari perché il luogo è sacro. Poi si rivela,
anzitutto come "il Dio di Abramo, ...di Isacco, ...di Giacobbe".
La storia di Israele riprende per iniziativa del Dio dei padri,
fedele al patto stretto con Abramo.
Mosè ha paura di guardare, perché nessuno può
vedere Dio e rimanere in vita (cf. 33,20). Ma il Signore continua,
rivelandosi come il Dio misericordioso, che ha visto l'oppressione
del suo popolo e ha ascoltato il suo grido. Ora è sceso
dal cielo, la sua abitazione, per liberare Israele dall'Egitto
e condurlo nella terra promessa ad Abramo. "Ora va'! Io
ti mando dal Faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo"
(v. 10, che però manca dal testo proposto nella lettura
liturgica).
All'obiezione mossa da Mosè il Signore risponde rivelando
il suo nome misterioso, Jahvè (gli ebrei lo indicano con
il tetragramma sacro YHWH, ma evitano di pronunciarlo), che a
partire dalla traduzione greca dei Settanta è tradotto:
"Io sono colui che è". Questa traduzione, o
meglio interpretazione, non è da intendersi in senso filosofico
("ipsum esse subsistens"), ma secondo il valore originario
del linguaggio ebraico: Io sono colui che è presente in
modo efficace, operando per la salvezza del suo popolo. Questo
"nome" si salda con il precedente: YHWH è il
Dio dei padri, fedele alle sue promesse, che si manifesta in
una storia di salvezza. È lui che chiama e manda il suo
servo Mosè.
La seconda lettura (1 Cor 10,1-6.10-12)
è
tratta da una sezione particolarmente ricca della Prima lettera
ai Corinzi, nella quale l'Apostolo tratta delle carni immolate
agli idoli (cc. 8-10). Certo, di per sé è lecito
cibarsene, perché ogni alimento è dono di Dio.
La libertà cristiana deve però tenere conto, da
una parte, della coscienza del prossimo: se il mio comportamento
gli è d'inciampo, rinuncerò per amore del fratello
a valermi dei miei diritti e quindi mi asterrò dal mangiare
quelle carni. D'altra parte, c'è il pericolo di ricadere
nel culto degli idoli, qualora si partecipi a un banchetto sacro.
A questo proposito, Paolo ricorda l'esperienza del popolo ebraico
al tempo dell'esodo: molti di quelli che erano stati liberati
dall'Egitto non giunsero alla terra promessa perché si
erano abbandonati all'idolatria e al peccato. La vicenda narrata
dalle Scritture - passaggio del mare, miracolo della manna, l'acqua
dalla rupe - ha un valore esemplare, in quanto prefigura la salvezza
cristiana (ne è il "tipo"), e contiene un insegnamento
valido per noi: nel cammino della vita anche i cristiani corrono
il rischio di cadere nella tentazione e perdere la salvezza ultima.
Vangelo (Lc 13,1-9).
In
cammino verso Gerusalemme, Gesù annuncia il regno di Dio
e continua a operare guarigioni, segni della salvezza; ma insieme
rivolge alle folle
il suo appello accorato perché riconoscano il tempo presente
come tempo della grazia divina (12,54ss). Un fatto di cronaca,
che riflette le tensioni tra la popolazione giudaica e il potere
di occupazione romano, offre lo spunto per l'ammonimento: Se
non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
Da un altro episodio recente, forse una disgrazia nel mondo del
lavoro, Gesù trae l'identica lezione. L'invito pressante
alla conversione è ribadito mediante una parabola, che
riprende immagini classiche della tradizione biblica. Da tempo
il padrone della vigna (il Signore) attende che un albero porti
frutto. Ora gli concede un'ultima opportunità. Poi non
ci sarà più tempo: la scure si abbatterà
su di esso.