LA PAZIENZA
DI DIO NON CONOSCE LIMITI, MA...
La liturgia del tempo di Quaresima
continua la sua opera di catechesi facendoci meditare oggi sul
senso della nostra fede dopo averci ammaestrato sul significato
delle tentazioni (prima domenica) e sull'importanza della preghiera
(seconda domenica). Fondamentale è il messaggio dell'odierna
prima lettura tratta dal libro dell'Esodo.
Il pastore Mosè si spinge
con il gregge fino alle pendici del monte Oreb. Probabilmente,
durante un temporale, violento ed improvviso, un fulmine si scarica
contro un cespuglio rinsecchito e lo incendia. Essendo la zona
ricca di elementi bituminosi la combustione è lenta e
prolungata attirando, così, l'attenzione del curioso Mosè.
Ma mal gliene incolse! Dio
lo aspettava al varco! Sono finiti i bei tempi del suo girovagare
libero per il deserto al seguito del gregge. La vocazione di
liberare il popolo ebreo dai sorveglianti egiziani e dalle sofferenze
lo aspetta e l'unica carta che gli viene messa in mano è
quella di presentarsi come l'inviato di Dio.
Ma non di un dio fasullo del
valore di quattro copechi, ma di Jahweh che si presenta come
"Io sono colui che sono!". Questo, forse, suona bene,
ma che cosa vuol dire? Il significato è molto profondo.
Con questo modo di definirsi Dio vuole comunicare che Lui ha
una Parola sola ed una faccia sola. Quello che promette lo mantiene.
Non racconta bugie perché è la Verità. Non
fa preferenze perché è il Padre di tutti. Non odia
perché è il Perdono.
Non fa sconti perché
è la Giustizia. Comprende la debolezza perchè è
la Misericordia. Inoltre Pace è il suo modo di relazionarsi.
Appunto perché Lui è "Io sono colui che sono",
vuole e pretende che chi si riconosce in Lui sia una persona
veritiera, leale, giusta, misericordiosa, pacifica, capace di
perdono senza nascondersi dietro maschere ed ipocrisie.
Nel deserto dell'esistenza,
la vita è dura ed impegnativa e richiede donne ed uomini
veri, capaci di mantenersi fedeli all'Alleanza e non quaqquaraquà
senza arte né parte. Il mondo necessita non di bigottoni
parolai e pelandroni ma di credenti che non hanno paura di battersi
per la giustizia e di denunciare profeticamente tutto ciò
che sa di ipocrisia, falsità e violenza.
Essere credenti in Dio comporta
sapere amministrare il potere senza approfittarne; avere sempre
la schiena diritta davanti ai potenti,; non inginocchiarsi davanti
a nessuno che non sia Dio; non trasformarsi in accattoni di prebende
laiche o religiose; pregare pensando; non appropriarsi di quello
che appartiene a tutti. Nell'attraversare il deserto, durante
i quaranta anni dell'Esodo, ci ricorda Paolo nella seconda lettura,
non tutti riuscirono a portare la pelle nella Terra Promessa.
Quelli che sprecarono il fiato
nelle mormorazioni, nei piagnistei esistenziali, nelle paure
del rischiare o consacrarono la maggior parte del loro tempo
nel tramare alle spalle, ben presto furono incapaci di restare
in piedi e scomparirono inghiottiti nel silenzioso nulla del
deserto della penisola del Sinai. Anche Gesù, nel brano
evangelico, va giù sul pesante.
Il Regno dei cieli da Lui predicato
e testimoniato non è fatto per mammolette belle da vedere
ma inutili; non è roba per gladioli profumati ma inconcludenti;
in esso non c'è posto per edere rampicanti maestose ma
parassitarie o per alberi di fico privi di frutto e ricchi solo
di foglie per nascondere le proprie nullità.
La pazienza di Dio non conosce
limiti, la sua generosità, nel concederci tutto ciò
di cui abbiamo bisogno per essere in grado di vivere come suoi
degni figli, è sconfinata, il concime della sua grazia
non ci viene mai meno. Di questo dobbiamo essergliene grati.
Tuttavia non dobbiamo mai dimenticarci,
soprattutto durante questo periodo di quaresima, che di fronte
alla nostra sterilità esistenziale non esiterà
neppure un istante a mettere mano alla scure.
Questo potrebbe non essere
piacevole per nessuno. Il taglio sarà tanto più
radicale e profondo quanto più noi, pur essendo stati
amati da un amore sconfinato, ce ne saremo brillantemente fregati
crogiolandoci nel nulla della nostra incapacità di amare
e servire Dio nella nostra persona e nel prossimo.