DIO
CI AMA!
VANGELO
: "Il
Verbo si fece carne e abitò tra noi" (Gv. 1,1-18)
l Vangelo di questa
Messa ci presenta il prologo del Vangelo di San Giovanni.
Secondo una diffusa opinione tra gli esegeti odierni, più
che vedere nel Prologo una prefazione o un'introduzione a tutto
il Vangelo, si deve vedere in esso un inno a Gesù recitato
nella liturgia dalle comunità cresciute alla scuola di
San Giovanni.
L'inno è sorto in un
particolare ambiente della primitiva comunità cristiana,
animata dalle idee del discepolo prediletto. L'evangelista lo
ha poi messo all'inizio del suo Vangelo e lo ha collegato ad
esso con incisi redazionali, che riguardano la figura di Giovanni
Battista
(Se si tolgono alcuni versetti (vv. 6-8.13.15 e forse 17), abbiamo
un inno ritmico a Gesù Verbo di Dio, celebrato nelle sue
relazioni con Dio, con la creazione e con gli uomini. Il pensiero
si sviluppa in ondate successive e lo stacco non è netto
e definitivo, perché l'idea successiva è già
contenuta in quella precedente.
Possiamo dividere l'inno in
tre strofe:
* la prima tratta
dell'essere preesistente del Verbo presso Dio (1,1-5);
* la seconda descrive
il destino storico del Verbo (6-13);
* la terza afferma il
suo significato salvifico per gli uomini (14-18). )
Il Prologo di San Giovanni
è di una così grande densità per il suo
contenuto teologico, che non può certamente essere oggetto
di una esegesi particolareggiata in un'adunanza liturgica. Dev'essere
piuttosto oggetto di una prolungata e amorosa meditazione personale.
"E il
Verbo si è fatto carne".
Gesù è venuto per incontrare ciascuno di noi. Ci
è stato insegnato a ripetere: "Gesù è
venuto per me"; e questo certo non in senso egoistico.
La fede ci insegna che un giorno tutti gli uomini dovranno presentarsi
davanti a Gesù per fare i conti e discutere la loro vita
con Lui. Noi però non vogliamo attendere quel giorno.
E' preferibile discutere oggi la nostra vita con Gesù:
ci si presenta sotto le sembianze di un tenero Bambino. Sarà
più facile intenderci...
Da quando è nato il
Bambino di Betlemme che cosa è cambiato in ciascuno di
noi? Possiamo rispondere in termini radicali: tutto e niente!
Dipende da me e da voi: il dilemma è qui: o accettare
o rifiutare Gesù nella nostra vita.
Possiamo accettarlo come Paolo e allora diremo: "Non vivo
più io, ma è Gesù che vive in me" (Gal.
2,20); "Per me vivere è Gesù" (Fil. 1,21).
Programma troppo arduo? Eppure Paolo scriveva queste frasi a
gente uscita da poco dal paganesimo, tuttora avvolta da vizi
piuttosto gravi (basti pensare agli indisciplinati di Tessalonica,
all'incestuoso di Corinto...).
Paolo invita ad imitare il suo esempio: "Fratelli, siate
miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (Fil. 3,17).
Il Natale è un avvenimento
gioioso: è una festa: il Figlio di Dio diventato Figlio
dell'Uomo si fa nostro amico e compagno di viaggio, nostro socio
nell'avventura terrena.
Spesso noi ci lamentiamo della solitudine, della difficoltà
di comunicare con gli altri, dell'incomprensione . Ed è
vero, perché gli amici non si trovano ad ogni passo: chi
trova un amico, trova un tesoro!...
Non è
facile stabilire un rapporto di amicizia con Gesù, persuaderci
della sua presenza a livello psicologico, giungere a parlare
con Lui non con un monologo, ma con un dialogo.
IL Natale è un'ottima occasione per dare inizio a questo
clima di familiarità.
Dobbiamo desiderare di entrare in amicizia intima, personale
con Gesù e farne richiesta a Lui stesso. Dobbiamo svolgere
una specie di autoeducazione.
Il Natale provoca qualche cosa
di analogo anche per il cristiano, per il religioso: dobbiamo
educare il Bambino Gesù in noi stessi, farlo crescere
in noi e negli altri.
Quando si ha una lieta notizia, si sente il bisogno di comunicarla
agli amici, a tutti. Dal nostro stesso volto, anche se non parliamo,
traspare la gioia che è dentro di noi. Se si è
lontani, si corre a portare il lieto annunzio agli altri.
Quando si ha il cuore pieno di Gesù, perché si
è entrati nella sua amicizia personale, si sente il bisogno
di comunicarlo a tutti.
Così Isaia vede i messaggeri,
che vengono ad annunciare la pace e la gioia al suo popolo tribolato
e definisce "belli i loro piedi". Dio stesso si è
fatto premura di rivelare agli uomini, sia per mezzo di Angeli,
sia con altri segni, la nascita di Gesù: uno squarcio
di gloria ha avvolto la nascita di Gesù.
Anche in questo
Natale la Chiesa ci invita a "cantare un canto nuovo"
al Signore. Non si tratta solo della nostra voce, ma della nostra
vita, che deve diventare un cantico di lode. Per molti è
solo un giorno di letizia esteriore. Dobbiamo aiutare tanti fratelli
a scoprire la vera realtà del Natale: Gesù amico
delle nostre anime.
Noi siamo i portatori di un
messaggio di salvezza, che non possiamo tenere solo per noi,
perché esso è destinato a tutti gli uomini e la
sua diffusione è affidata a ciascuno di noi.
Gesù
è veramente "Emanuele", cioè Dio con
noi; da lui abbiamo ricevuto, e riceviamo, "grazia su grazia".
C'è quindi in noi un sacro dovere di riconoscenza di comunicare
ai nostri fratelli la gioia che ci deriva dalla redenzione.
Dalla grotta di Betlemme tutti
partono missionari: i pastori, i Magi, gli Angeli. Dal Natale
dobbiamo sentire questo invito ad essere nel mondo, ritornato
pagano, i portatori della fede, dell'amore e della gioia.
E allora che
cosa è il Natale per noi? Che cosa è quel Bambino
appena nato a Betlemme? Ce lo dice San Paolo: "Si sono manifestati
la bontà di Dio, Salvatore nostro e il suo amore per gli
uomini" (Tit. 3,4).
Natale è
la manifestazione dell'amore di Dio, la personificazione dell'amore
di Dio. Ora siamo certo: Dio ci ama. Non a parole. E' sceso Lui
stesso sui nostri passi erranti. E' venuto in mezzo a noi: "Piantò
le sue tende tra noi" (Gv. 1,14).
E' diventato uno di noi, per poterci amare con un cuore d'uomo,
per farci sentire la vicinanza del suo amore, la tenerezza del
suo affetto.
Stacchiamoci, almeno per poco,
dalla cornice con cui abbiamo alterato la festa di Natale.
Lasciamo stare le luminarie, le cornamuse e anche i presepi di
gesso o di legno. Chiudiamo gli occhi alla luce esteriore e immergiamoli
nella luce di Dio. Gustiamo la gioia di sentirci amati - e quanto!
- da Dio, in Gesù, nostro fratello, nostro amico. Sentiamo
il battito di quel cuore, ancor tenero, e diciamo con fede: "E'
per me!".
NB/ Qui si potrebbe usare la conclusione
riportata sotto (1) - Oppure come segue:
La commemorazione del Natale ripete questa proposta dell'amore
divino per ciascuno di noi: Gesù è nato, il prezzo
del riscatto è stato pagato, ora tocca a ciascuno di noi
attingere l'amore da quel Cuore divino e portarlo a tutti: dobbiamo
portare Gesù alle anime, diventando Suoi apostoli.
I veri amici di Gesù sono tutti apostoli.
Il ragazzo Guido di Fontgalland
si immolava per salvare
anime.
Il pomeriggio di un giorno andò col fratello ad un circo
equestre. Alla istitutrice che gli domandava che cosa aveva visto,
rispose: "Invece di guardare gli esercizi equestri, cercavo
di contare quanti erano i ragazzi e le persone grandi, e quante
di esse amavano il buon Gesù: domani nella mia Comunione
pregherò per quelli del circo".
Le sue preghiere servirono a convertire un fanciullo del circo
di nome Ugo e con lui un giovane della compagnia equestre di
nome Tom Tim Pouce.
Impariamo anche noi dai piccoli,
come si ama veramente Gesù e ci si sacrifica per salvare
le anime.
La Madonna che ci ha regalato Gesù Bambino, insegni anche
a noi come si fa a portare Gesù a tutte le anime.
(1) Seconda
conclusione:
Per questo, ogni giorno nella
S. Messa, Gesù ripete misticamente la sua nascita, unita
alla sua passione e morte: perché vuol nascere in ciascuno
di noi. Tra poco nella S. Messa sarà sul nostro altare,
pronto per essere mangiato da noi... Ecco il nostro Natale realizzato
in pieno, non ridotto ad una semplice rievocazione storico-sentimentale...
Sgorga quindi spontaneo dal
nostro cuore un inno di ringraziamento alla Madonna, che ci ha
portato Gesù, nostro cibo, nostro amico, nostro TUTTO.
D. SEVERINO GALLO sdb,
(+ 2007)