Le letture bibliche della Messa
del giorno completano l'itinerario iniziato con la Messa della
notte. Mentre questa e la Messa dell'aurora erano caratterizzate
dal racconto della nascita secondo il Vangelo di Luca, ora il
tono è dato dal Prologo del Vangelo di Giovanni. Il bambino
nato a Betlemme è il Verbo eterno, il Figlio di Dio che
è diventato "carne". L'incarnazione del Verbo
è l'inizio della nostra salvezza.
PRIMA
LETTURA: Tutti
i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio (Is
52,7-10)
SALMO RESPONSORIALE:
(Sal 97)
Rit.
Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio
SECONDA LETTURA: Dio ha parlato a noi per mezzo del
Figlio (Eb 1,1-6)
VANGELO: Il Verbo si fece carne e venne ad abitare
in mezzo a noi (Gv 1,1-18)
+++ Dal
Vangelo secondo Giovanni
In principio
era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli
era
in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo
di lui, e senza di lui
niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In
lui era la vita e la vita era la
luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre
non l'hanno accolta.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel
mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo
non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti
però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli
di Dio: a quelli che
credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere
di carne, né da
volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si
fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la
sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia
e su grazia. Perchè la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzai di Gesù
Cristo.
Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che
è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. Parola del Signore
Commento
esegetico
Il "lieto annuncio"
del profeta Isaia (Is 52,7-10) è come un preludio al "lieto
annuncio" recato dall'angelo ai pastori di Betlemme (cf.
Lc 2,1-14: messa della notte). Sui monti della Giudea i messaggeri
annunciano a tutto il popolo la "pace" e la "salvezza",
gridando: "Regna il tuo Dio!". Le sentinelle che sono
di guardia sulle mura esultano perché "vedono il
ritorno del Signore". Il profeta contempla questo spettacolo
e invita la città santa alla gioia perché "il
Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme".
Di fatto Dio è re perché salva il suo popolo. Gesù
annuncerà il "regno di Dio" ai poveri e agli
oppressi, la salvezza per l'intera umanità: "Tutte
le nazioni... tutti i confini della terra vedranno la salvezza
del nostro Dio".
Con il salmo responsoriale
(Sal 97) lodiamo Dio perché la nascita del nostro Salvatore
ci porta quella salvezza che il profeta preannunciava.
L'esordio
solenne della Lettera agli Ebrei (Eb 1,1-6) è complementare al Prologo del Quarto
Vangelo. Gesù, sommo sacerdote della nuova alleanza, è
lo stesso Figlio di Dio, al quale sono riferiti diversi testi
delle Scritture. È la divina Sapienza, "irradiazione
della sua gloria e impronta della sua sostanza" (cf. Sap
7,25s), per mezzo della quale "ha creato il mondo".
Ai "padri", gli antenati del popolo ebraico, Dio ha
"parlato molte volte e in diversi modi per mezzo dei profeti",
ma a noi "in questi giorni ha parlato per mezzo del Figlio".
Cristo è la rivelazione piena e definitiva di Dio.
Al centro del Vangelo della messa
del giorno è l'"Incarnazione" del Verbo: "il Verbo si fece carne e venne
ad abitare in mezzo a noi". Nel prologo Giovanni ci dà
la chiave di lettura del suo Vangelo e ne anticipa i temi principali:
Cristo è la vita e la luce degli uomini; coloro che lo
accolgono diventano figli di Dio.
Il Verbo (in greco Lógos,
"parola") è la stessa Sapienza di Dio (cf. Prv
8,23ss; Sap 7,22ss; Sir 24), la sua immagine perfetta, nella
quale splende la sua gloria (cf. Col 1,15; Eb 1,3). È
il Figlio unigenito, che da tutta l'eternità ("in
principio") è "presso Dio", il Padre, ed
è "Dio". Prima di entrare nella storia degli
uomini, il Verbo-Figlio-Sapienza di Dio è lo strumento
della creazione (cf. Col 1,16s; Eb 1,2s): "tutto è
stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato
fatto di ciò che esiste" (v. 3; cf. v. 10). Dio ha
creato il mondo con la sua parola (cf. Gn 1), e questa Parola
è il Verbo eterno.
Nel Verbo-Sapienza di Dio "era
la vita", s'intende la "vita eterna" (cf. 4,14
ecc.), quella che "era presso il Padre e si è resa
visibile a noi" (1 Gv 1,2). "...E la vita era la luce
degli uomini", la "luce vera" che guida gli uomini
nel cammino dell'esistenza. Il Verbo illumina ogni uomo, perché
in qualche misura è presente nella sua razionalità
e nelle culture di ogni popolo. Da sempre nel mondo c'è
contrasto tra luce e tenebre: la luce "splende nelle tenebre",
mentre le tenebre - la falsità e il male - cercano di
sopraffare la luce del Verbo divino (v. 4). Ma, nonostante gli
errori, "le tenebre non hanno vinto" o soffocato del
tutto la luce del Verbo (v. 5).
Pur venendo "nel mondo",
storicamente il Verbo "venne fra i suoi", quelli che
gli appartengono in modo del tutto speciale, il popolo di Israele;
ma "il mondo non lo ha riconosciuto" (v. 10) e "i
suoi non lo hanno accolto" (v. 11). L'evangelista anticipa
in questo modo il bilancio dell'intera missione di Gesù
(cf. 12,37-41) e ci fa comprendere il vero senso del rifiuto
che egli ha incontrato non solamente al tempo della sua vita
terrena, ma anche in seguito. Colui che le guide religiose del
suo popolo respinsero e fecero condannare non era solamente un
profeta, la cui predicazione infastidiva; era lo stesso Verbo
incarnato. Anche oggi molti lo accettano come un maestro di saggezza,
un eroe religioso, il personaggio che più di ogni altro
ha inciso nella storia e nella cultura dell'Occidente. Ma che
Gesù di Nazaret sia il Verbo di Dio fatto uomo, fanno
fatica a crederlo.
Il rovescio della medaglia
è positivo: "quanti lo hanno accolto..." (v.
12). Accogliere è credere. Giovanni afferma di avere scritto
il suo Vangelo "perché crediate che Gesù è
il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate
la vita nel suo nome" (20,31). "Credere nel suo nome"
vuol dire riconoscere la sua identità e affidarsi a lui
come salvatore. Ce ne offre un esempio il dialogo tra Gesù
e Marta. Gesù afferma: "Io sono la risurrezione e
la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque
vive e crede in me, non morirà in eterno"; poi le
chiede: "Credi tu questo?". Marta risponde: "Sì,
o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui
che viene nel mondo" (11,25-27).
"A quanti lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio..." (vv. 12-13).
Gesù parla di questa nuova nascita, grazie alla quale
si diventa figli di Dio, con un maestro fariseo, Nicodemo: per
entrare nel regno di Dio è necessario "nascere dall'alto"
(o "di nuovo"). Si tratta di nascere "da acqua
e Spirito" (Gv 3,3.5). Dunque, la vita nuova, per la quale
siamo figli di Dio, è opera dello Spirito, che sarà
donato da Cristo risorto (cf. 7,39).
Il tema
è ripreso nella Prima lettera di Giovanni: "Carissimi, noi fin d'ora siamo
figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora
rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà
manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo
così come egli è. Chiunque ha questa speranza in
lui, purifica se stesso, come egli è puro" (1 Gv
3,2s). L'autore continua: "Chiunque è stato generato
da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane
in lui, e non può peccare perché è stato
generato da Dio" (3,9). E, più avanti: "Carissimi,
amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da
Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio"
(4,7). Ancora: "Chiunque crede che Gesù è
il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che
ha generato, ama anche chi da lui è stato generato"
(5,1). Essere figli di Dio non è perciò un semplice
titolo; è una realtà ora nascosta, che un giorno
si manifesterà pienamente. La nuova nascita inaugura un
dinamismo che agisce in due direzioni: il figlio di Dio si purifica
dal peccato e ama i fratelli.
Al centro del Prologo è
il grande annuncio: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare
in mezzo a noi" (v. 14). Un'affermazione audace e paradossale,
che lascia stupiti: il Verbo-Sapienza-Figlio eterno di Dio, Dio
egli stesso, è diventato "carne", ossia umanità
fragile e limitata, contingente, storicamente e culturalmente
condizionata. Non si tratta di "natura" umana in generale
o in astratto: si tratta di un essere umano concreto, un giudeo,
che appartiene a un ambiente e a un'epoca... La Lettera agli
Ebrei lo dice con estrema chiarezza: "eccetto il peccato,
si è fatto in tutto simile ai fratelli" (Eb 2,17;
4,15).
Facendosi carne, il Verbo "venne ad abitare in mezzo a noi".
Nell'AT leggiamo che Dio è presente in mezzo al suo popolo
prima in una tenda (mishkan), nel deserto, più tardi nel
tempio di Gerusalemme (shekinà). Ma possiamo limitarci
al senso ovvio: ha preso dimora, è vissuto, o - come è
detto negli Atti degli Apostoli - "è entrato e uscito
in mezzo a noi" (At 1,21). Si tratta di quel Gesù
che noi raggiungiamo attraverso i Vangeli. L'"incarnazione"
del Verbo non si limita al momento della sua nascita "secondo
la carne" (Rm 1,3; cf. Gal 4,4), ma abbraccia la totalità
della sua esistenza terrena e si estende nel tempo e nello spazio,
se è vero che Cristo Risorto è "il vivente"
(Lc 24,5) ed è presente oggi nel mondo in quanto la Chiesa
è il suo corpo e noi siamo le sue membra (cf. 1 Cor 12,12ss).
Nella "carne" del
Verbo "noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come
del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di
verità". Anche qui si coglie un'eco dell'AT: la "gloria"
di Dio risplende negli eventi salvifici (cf. Es 16,7 ecc.) ed
è come una luce che irradia dalla sua presenza (cf. Es
24,16), prima nel santuario del deserto (cf. Es 40,34s), poi
nel tempio di Gerusalemme (cf. 1 Re 8,10s). Giovanni dice che
la gloria del Verbo incarnato si manifesta nei "segni"
(cf. Gv 2,11), i quali a loro volta simboleggiano la sua attività
salvifica come risorto (cf. 1,50s; 13,31s). Mentre qui afferma:
"abbiamo contemplato la sua gloria", nella Prima lettera
lo stesso Giovanni dice: "abbiamo contemplato e le nostre
mani hanno toccato il Verbo della vita" (1 Gv 1,1).
La gloria di Cristo è
quella "del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno
di grazia e di verità". Il binomio "grazia e
verità" indica l'amore misericordioso (eb. hesed)
e la fedeltà (emet) di Dio nei riguardi di Israele (cf.
Es 34,6). Il Verbo incarnato è la manifestazione più
alta, piena e definitiva dell'amore del Padre. Lo stesso evangelista
commenta: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio
unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto,
ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio
nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo
sia salvato per mezzo di lui" (3,16s). Nella sua Prima lettera
Giovanni afferma che "Dio è amore", quindi spiega:
"Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché
noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l'amore:
non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato
noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per
i nostri peccati" (1 Gv 4,9s).
"Dalla sua pienezza noi
tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia" (v. 16), una "corrente
ininterrotta di grazia" che dalla pienezza del Verbo incarnato
scorre verso di "noi", i credenti. Giovanni istituisce
un confronto tra Antico e Nuovo Testamento: "la Legge fu
data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero
per mezzo di Gesù Cristo" (v. 17). Allo stesso modo
san Paolo contrappone la grazia alla Legge, la "vetustà
della lettera" alla "novità dello Spirito"
(cf. Rm 7,6). Ciò che il prologo dice in modo sintetico,
Gesù lo spiega nell'ultimo giorno della festa delle Capanne,
quando grida: "Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi
crede in me. Come dice la Scrittura: "Dal suo grembo sgorgheranno
fiumi di acqua viva"". L'evangelista commenta: "Questo
egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in
lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù
non era ancora stato glorificato" (7,38-39). L'acqua e il
sangue che escono dal costato di Gesù crocifisso (19,34)
simboleggiano appunto il fiume di grazia che scaturisce da lui.
La conclusione si riallaccia
all'inizio del prologo: "Dio, nessuno lo ha mai visto: il
Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato" (v. 18). Durante l'ultima
cena uno dei discepoli chiederà a Gesù: "Signore,
mostraci il Padre e ci basta". Gesù gli risponde:
"Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto,
Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire:
"Mostraci il Padre"? Non credi che io sono nel Padre
e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico
da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se
non altro, credetelo per le opere stesse" (14,7-11).
Nella Costituzione dogmatica
Dei Verbum il Concilio Vaticano II riassume bene la teologia
del Quarto Vangelo: "Dopo aver Iddio, a più riprese
e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, "alla
fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio"
(Eb 1,1-2). Mandò, infatti, il suo Figlio, il Verbo eterno,
che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra
gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cf. Gv 1,1-18),
Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come "uomo
agli uomini" (Lettera a Diogneto 7,4), "parla le parole
di Dio" (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza
affidatagli dal Padre (cf. Gv 5,36; 17,4).
Perciò egli, vedendo
il quale si vede anche il Padre (cf. Gv 14,9), col fatto stesso
della sua presenza e con la manifestazione di sé, con
i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione
di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito santo, compie
e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza
divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle
tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita
eterna" (DV 4).