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      TEMPO di NATALE - ANNO LITURGICO C     |  S. Natale-Giorno - 25 dic. 2009
                                         
COMMENTO ESEGETICO DELLE LETTURE BIBLICHE 


         INTRODUZIONE

Le letture bibliche della Messa del giorno completano l'itinerario iniziato con la Messa della notte. Mentre questa e la Messa dell'aurora erano caratterizzate dal racconto della nascita secondo il Vangelo di Luca, ora il tono è dato dal Prologo del Vangelo di Giovanni. Il bambino nato a Betlemme è il Verbo eterno, il Figlio di Dio che è diventato "carne". L'incarnazione del Verbo è l'inizio della nostra salvezza.

PRIMA LETTURA: Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio (Is 52,7-10)
                        


SALMO RESPONSORIALE: (Sal 97)
                               Rit. Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio
    

SECONDA LETTURA:  
Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb 1,1-6)

VANGELO: Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,1-18)

+++ Dal Vangelo secondo Giovanni

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era
in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui
niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la
luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel
mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti
però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che
credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da
volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e su grazia. Perchè la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzai di Gesù Cristo.
Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. Parola del Signore

Commento esegetico


Il "lieto annuncio" del profeta Isaia (Is 52,7-10) è come un preludio al "lieto annuncio" recato dall'angelo ai pastori di Betlemme (cf. Lc 2,1-14: messa della notte). Sui monti della Giudea i messaggeri annunciano a tutto il popolo la "pace" e la "salvezza", gridando: "Regna il tuo Dio!". Le sentinelle che sono di guardia sulle mura esultano perché "vedono il ritorno del Signore". Il profeta contempla questo spettacolo e invita la città santa alla gioia perché "il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme". Di fatto Dio è re perché salva il suo popolo. Gesù annuncerà il "regno di Dio" ai poveri e agli oppressi, la salvezza per l'intera umanità: "Tutte le nazioni... tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio".

Con il salmo responsoriale (Sal 97) lodiamo Dio perché la nascita del nostro Salvatore ci porta quella salvezza che il profeta preannunciava.

L'esordio solenne della Lettera agli Ebrei (Eb 1,1-6) è complementare al Prologo del Quarto Vangelo. Gesù, sommo sacerdote della nuova alleanza, è lo stesso Figlio di Dio, al quale sono riferiti diversi testi delle Scritture. È la divina Sapienza, "irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza" (cf. Sap 7,25s), per mezzo della quale "ha creato il mondo". Ai "padri", gli antenati del popolo ebraico, Dio ha "parlato molte volte e in diversi modi per mezzo dei profeti", ma a noi "in questi giorni ha parlato per mezzo del Figlio". Cristo è la rivelazione piena e definitiva di Dio.

Al centro del Vangelo della messa del giorno è l'"Incarnazione" del Verbo: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Nel prologo Giovanni ci dà la chiave di lettura del suo Vangelo e ne anticipa i temi principali: Cristo è la vita e la luce degli uomini; coloro che lo accolgono diventano figli di Dio.

Il Verbo (in greco Lógos, "parola") è la stessa Sapienza di Dio (cf. Prv 8,23ss; Sap 7,22ss; Sir 24), la sua immagine perfetta, nella quale splende la sua gloria (cf. Col 1,15; Eb 1,3). È il Figlio unigenito, che da tutta l'eternità ("in principio") è "presso Dio", il Padre, ed è "Dio". Prima di entrare nella storia degli uomini, il Verbo-Figlio-Sapienza di Dio è lo strumento della creazione (cf. Col 1,16s; Eb 1,2s): "tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste" (v. 3; cf. v. 10). Dio ha creato il mondo con la sua parola (cf. Gn 1), e questa Parola è il Verbo eterno.

Nel Verbo-Sapienza di Dio "era la vita", s'intende la "vita eterna" (cf. 4,14 ecc.), quella che "era presso il Padre e si è resa visibile a noi" (1 Gv 1,2). "...E la vita era la luce degli uomini", la "luce vera" che guida gli uomini nel cammino dell'esistenza. Il Verbo illumina ogni uomo, perché in qualche misura è presente nella sua razionalità e nelle culture di ogni popolo. Da sempre nel mondo c'è contrasto tra luce e tenebre: la luce "splende nelle tenebre", mentre le tenebre - la falsità e il male - cercano di sopraffare la luce del Verbo divino (v. 4). Ma, nonostante gli errori, "le tenebre non hanno vinto" o soffocato del tutto la luce del Verbo (v. 5).

Pur venendo "nel mondo", storicamente il Verbo "venne fra i suoi", quelli che gli appartengono in modo del tutto speciale, il popolo di Israele; ma "il mondo non lo ha riconosciuto" (v. 10) e "i suoi non lo hanno accolto" (v. 11). L'evangelista anticipa in questo modo il bilancio dell'intera missione di Gesù (cf. 12,37-41) e ci fa comprendere il vero senso del rifiuto che egli ha incontrato non solamente al tempo della sua vita terrena, ma anche in seguito. Colui che le guide religiose del suo popolo respinsero e fecero condannare non era solamente un profeta, la cui predicazione infastidiva; era lo stesso Verbo incarnato. Anche oggi molti lo accettano come un maestro di saggezza, un eroe religioso, il personaggio che più di ogni altro ha inciso nella storia e nella cultura dell'Occidente. Ma che Gesù di Nazaret sia il Verbo di Dio fatto uomo, fanno fatica a crederlo.

Il rovescio della medaglia è positivo: "quanti lo hanno accolto..." (v. 12). Accogliere è credere. Giovanni afferma di avere scritto il suo Vangelo "perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome" (20,31). "Credere nel suo nome" vuol dire riconoscere la sua identità e affidarsi a lui come salvatore. Ce ne offre un esempio il dialogo tra Gesù e Marta. Gesù afferma: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno"; poi le chiede: "Credi tu questo?". Marta risponde: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo" (11,25-27).

"A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio..." (vv. 12-13). Gesù parla di questa nuova nascita, grazie alla quale si diventa figli di Dio, con un maestro fariseo, Nicodemo: per entrare nel regno di Dio è necessario "nascere dall'alto" (o "di nuovo"). Si tratta di nascere "da acqua e Spirito" (Gv 3,3.5). Dunque, la vita nuova, per la quale siamo figli di Dio, è opera dello Spirito, che sarà donato da Cristo risorto (cf. 7,39).

Il tema è ripreso nella Prima lettera di Giovanni: "Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro" (1 Gv 3,2s). L'autore continua: "Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio" (3,9). E, più avanti: "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio" (4,7). Ancora: "Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato" (5,1). Essere figli di Dio non è perciò un semplice titolo; è una realtà ora nascosta, che un giorno si manifesterà pienamente. La nuova nascita inaugura un dinamismo che agisce in due direzioni: il figlio di Dio si purifica dal peccato e ama i fratelli.

Al centro del Prologo è il grande annuncio: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (v. 14). Un'affermazione audace e paradossale, che lascia stupiti: il Verbo-Sapienza-Figlio eterno di Dio, Dio egli stesso, è diventato "carne", ossia umanità fragile e limitata, contingente, storicamente e culturalmente condizionata. Non si tratta di "natura" umana in generale o in astratto: si tratta di un essere umano concreto, un giudeo, che appartiene a un ambiente e a un'epoca... La Lettera agli Ebrei lo dice con estrema chiarezza: "eccetto il peccato, si è fatto in tutto simile ai fratelli" (Eb 2,17; 4,15).
Facendosi carne, il Verbo "venne ad abitare in mezzo a noi". Nell'AT leggiamo che Dio è presente in mezzo al suo popolo prima in una tenda (mishkan), nel deserto, più tardi nel tempio di Gerusalemme (shekinà). Ma possiamo limitarci al senso ovvio: ha preso dimora, è vissuto, o - come è detto negli Atti degli Apostoli - "è entrato e uscito in mezzo a noi" (At 1,21). Si tratta di quel Gesù che noi raggiungiamo attraverso i Vangeli. L'"incarnazione" del Verbo non si limita al momento della sua nascita "secondo la carne" (Rm 1,3; cf. Gal 4,4), ma abbraccia la totalità della sua esistenza terrena e si estende nel tempo e nello spazio, se è vero che Cristo Risorto è "il vivente" (Lc 24,5) ed è presente oggi nel mondo in quanto la Chiesa è il suo corpo e noi siamo le sue membra (cf. 1 Cor 12,12ss).

Nella "carne" del Verbo "noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità". Anche qui si coglie un'eco dell'AT: la "gloria" di Dio risplende negli eventi salvifici (cf. Es 16,7 ecc.) ed è come una luce che irradia dalla sua presenza (cf. Es 24,16), prima nel santuario del deserto (cf. Es 40,34s), poi nel tempio di Gerusalemme (cf. 1 Re 8,10s). Giovanni dice che la gloria del Verbo incarnato si manifesta nei "segni" (cf. Gv 2,11), i quali a loro volta simboleggiano la sua attività salvifica come risorto (cf. 1,50s; 13,31s). Mentre qui afferma: "abbiamo contemplato la sua gloria", nella Prima lettera lo stesso Giovanni dice: "abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita" (1 Gv 1,1).

La gloria di Cristo è quella "del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità". Il binomio "grazia e verità" indica l'amore misericordioso (eb. hesed) e la fedeltà (emet) di Dio nei riguardi di Israele (cf. Es 34,6). Il Verbo incarnato è la manifestazione più alta, piena e definitiva dell'amore del Padre. Lo stesso evangelista commenta: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (3,16s). Nella sua Prima lettera Giovanni afferma che "Dio è amore", quindi spiega: "Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1 Gv 4,9s).

"Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia" (v. 16), una "corrente ininterrotta di grazia" che dalla pienezza del Verbo incarnato scorre verso di "noi", i credenti. Giovanni istituisce un confronto tra Antico e Nuovo Testamento: "la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo" (v. 17). Allo stesso modo san Paolo contrappone la grazia alla Legge, la "vetustà della lettera" alla "novità dello Spirito" (cf. Rm 7,6). Ciò che il prologo dice in modo sintetico, Gesù lo spiega nell'ultimo giorno della festa delle Capanne, quando grida: "Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: "Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva"". L'evangelista commenta: "Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato" (7,38-39). L'acqua e il sangue che escono dal costato di Gesù crocifisso (19,34) simboleggiano appunto il fiume di grazia che scaturisce da lui.

La conclusione si riallaccia all'inizio del prologo: "Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato" (v. 18). Durante l'ultima cena uno dei discepoli chiederà a Gesù: "Signore, mostraci il Padre e ci basta". Gesù gli risponde: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse" (14,7-11).

Nella Costituzione dogmatica Dei Verbum il Concilio Vaticano II riassume bene la teologia del Quarto Vangelo: "Dopo aver Iddio, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, "alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1,1-2). Mandò, infatti, il suo Figlio, il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cf. Gv 1,1-18), Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come "uomo agli uomini" (Lettera a Diogneto 7,4), "parla le parole di Dio" (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv 5,36; 17,4).

Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cf. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di sé, con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito santo, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna" (DV 4).

                                                                             D. FRANCESCO MOSETTO sdb - E-mail:  mosetto@tiscali.it 

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