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      TEMPO di AVVENTO - ANNO LITURGICO C     |  2a DOMENICA - 6 dicembre 2009
     LITURGIA e LETTURE DELLA DOMENICA C    
|   Omelia di approfondimento


"PREPARATE LA VIA DEL SIGNORE"

VANGELO: "Voce di uno che grida nel deserto..." (Lc. 3, 1-6)

Il Vangelo di oggi si apre con una solenne intonazione storica: "Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare...". Vengono poi specificate chiaramente le autorità religiose: "Sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa...", la "parola di Dio scese su Giovanni... nel deserto".

Tutta questa solennità di avvenimenti sta a io indicarci l'importanza che ha l'inizio della missione pubblica di Giovanni il Battista, che annunzia prossima l'entrata in scena del Salvatore.
E' interessante rilevare il fatto che la parola di Dio scese nel deserto... E' un po' come ai giorni nostri: quante volte la parola di Dio scende nel deserto di cuori aridi e distratti! Non c'è un S. Giovanni pronto ad accoglierla e a farla fruttificare.

Il Battista è umile e per questo è in grado di accogliere la parola di Dio. Infatti si dichiara come una semplice "voce che grida nel deserto"; neppure un uomo, ma una voce, un soffio... Mentre Gesù dirà di lui che è "il più grande tra i nati di donna".
Giovanni predica un battesimo di penitenza. La penitenza doveva iniziarsi con un segno sensibile, di cui egli si faceva il ministro. Alla sua presenza venivano a immergersi nell'acqua, quasi per essere lavati da lui. Essere battezzati voleva dire avere preso un bagno completo.

L'acqua pulisce, toglie le impurità, rende al corpo una specie di purezza, e l'innocenza dei costumi è naturalmente paragonata alla purezza del corpo. Il bagno adunque è simbolo del ritorno a una vita immacolata. Ciò che il battesimo è per il corpo, la penitenza lo è per l'anima.
Giovanni invitava a ricevere il battesimo e a prendere così Dio e gli uomini a testimonio del loro pentimento.

Gli Ebrei compresero certamente il significato di questo rito. Giovanni non attribuiva al suo battesimo alcuna efficacia per la remissione dei peccati e lo riteneva solamente un simbolo della purificazione dell'anima per la giustizia.
Tuttavia quel battesimo, pur non avendo di per sé la virtù di rimettere le colpe, era pur sempre un passo decisivo verso la penitenza, e un indizio della contrizione del cuore, che da Dio otteneva il perdono.

Perciò era accompagnato dalla confessione delle colpe commesse. Anche in questo vi era una novità. Riconoscendosi colpevole non solo davanti a Dio, nel segreto del cuore, ma anche davanti a colui che si presentava arditamente come ministro della penitenza, di cui era araldo, il figlio d'Israele provava con quanta serietà tornasse a Dio. Confessare le mancanze contro la legge divina era impegnarsi a non commetterle più per l'avvenire.
Noi però fermiamoci ad ascoltare e ad esaminare quella " voce che grida nel deserto": ha tante cose da dire a noi che vogliamo essere testimoni e araldi di Gesù.
Si tratta di imparare dal Precursore questa lezione importantissima: il coraggio di dire "non sono io l'atteso".
Ossia l'onestà di presentare Colui che è l'atteso, Colui che offre e tutte le garanzie, Colui che non delude, senza tentare il gioco pericoloso dello scambio delle parti.
Quando entra Lui in scena - e noi ci siamo dati da fare per sgomberarGli la strada come testimoni - occorre sparire, liberare la scena. Altrimenti si rischia di guastare la festa.
Ogni tanto sarà bene che ci rinfreschiamo la memoria, per fissare bene le parti: chi è il Protagonista e chi sono le comparse. E, soprattutto, il tempo dell'uscita dalla scena... Un ritardo, in questo senso, può risultare fatale (oltre che esporci al ridicolo).

Giovanni si proclama una semplice voce. Oggigiorno invece si parla tanto di personalità, di autoaffermazione del proprio io. Forse sotto queste parole altisonanti si nasconde spesso un male piuttosto insidioso, che si potrebbe chiamare "complesso del monumento".

Soffrono di questo malanno - piuttosto grave - coloro (e possiamo essere noi) che hanno la tendenza a calamitare lo sguardo altrui sulla propria persona (o capacità, o zelo, o bontà), senza preoccuparsi di indirizzalo nel senso giusto, verso "Colui che deve venire".
L'ho definito "complesso del monumento", perché questi maestri - cioè noi - inconsciamente, vedono tutto e tutti in rapporto al proprio monumento personale.

Ogni cosa - anche l'apostolato, la carità, l'interessamento per gli altri, perfino la preghiera, lo spirito di sacrificio - tutto diventa materiale che consolida il piedestallo su cui campeggia, giganteggia la loro immagine... ricca di fascino.
La cosa diventa addirittura scandalosa quando si riduce la carità a "mezzo" subordinato a questo fine particolaristico. Ci sono certe persone che si dimostrano buone, condiscendenti, generose, comprensive, altruistiche, ma a ragion veduta...
Per un calcolo preciso di popolarità e di prestigio. In tal caso si diventa ripugnanti "mercenari dell'amore". Anche se il prezzo incassato non è denaro, ma il contributo di ammirazione per l'erezione del proprio monumento di bontà!

Stiamo attenti a certi pericolosi equivoci sull'amore e sul desiderio di essere benvoluti...
Sarà opportuno ricordare il severo monito del curato di Torcy: "Il buon Dio non ha scritto che noi (sacerdoti, e voi, religiose...) dobbiamo essere il miele della terra, ma il sale" (GEORGES BERNANOS, Journale d'un curé de campagne...). E il sale, fino a nuovo avviso, brucia sulle piaghe.

Quasi sempre la preoccupazione di essere benvoluti si accompagna alla viltà, alla debolezza e talora ai compromessi più meschini. E si traduce immancabilmente nella perdita della propria libertà.
Giovanni il Battista si nutriva di "miele selvatico", ma non ha mai cercato di invischiare nessuno nell'azione della propria fama profetica. Anzi era lieto quando qualcuno si staccava da lui per seguire l'Altro: Gesù, come fecero Andrea e Giovanni.

Dal "complesso del monumento" si guarisce soltanto a colpi di piccone. Occorre sbriciolare inesorabilmente la nostra immagine esposta alla pubblica ammirazione. Demolire tutto ciò che in noi tende a trattenere, a bloccare, invece di rinviare a un Altro.
Colpi di piccone, dunque, per abbattere "il complesso del monumento". E, contemporaneamente, una specie di rivoluzione copernicana. Sloggiare il nostro "io" dal centro dell'universo che occupa indebitamente, e cominciare a ruotare, insieme agli altri, attorno all'unico Sole: Gesù.
Un rivoluzione semplicissima - anche se difficile e costosa -: spostare l'io e collocare Dio al suo vero posto.

"Ora è Lui che deve crescere, e io diminuire", diceva Giovanni. Ecco il segno dell'avvenuta guarigione dal complesso del monumento. Il nostro "diventare piccoli" e la crescita dell'Altro.
E assistere a questo fenomeno, non con l'aria indispettita e ingrugnita di chi ha subìto un'ingiustizia, ma con la gioia, la soddisfazione profonda di chi riconosce che "è giusto così", "così è tutto a posto".

Dice un proverbio cinese:

"Se indichi con un dito il cielo a uno stupido, lo stupido sta a guardare il tuo dito".

E' un fenomeno tutt'altro che raro anche nella vita religiosa. Ma la colpa non è soltanto dello stupido. Può essere anche di chi si compiace che gli altri si soffermino ad ammirare il... vasto panorama del proprio dito!, appunto perché siamo infetti dal "complesso del monumento...".
Per immunizzarci da questo pericolo, sarà bene scendere al Giordano e rimanere in compagnia di Giovanni Battista per un lungo ritiro penitenziale.

Sarà possibile, allora, imprimerci bene nella mente quel suo gesto stupefacente, ma "giusto", espresso con il dito che indica "Colui che deve venire".
Un gesto che comporta distacco, lacerazione e spinta verso un Altro.
Questa la vera penitenza, la vera conversione. Conversione nostra e degli altri. Conversione implica, infatti, un mutamento di direzione, una svolta. Ossia, una capacità di imboccare la direzione giusta e di fornire agli altri l'indirizzo esatto: "Non sono io l'atteso...". "Eccolo, E' Lui!"
Per questa pratica penitenziale si renderanno necessari assidui bagni nel Giordano, in quell'acqua purificatrice. Finché quel "battesimo" non ci abbia ripulito da tutte le scorie di amor proprio e da tutte le croste...

L'operazione sarà più semplice e più rapida, se ci metteremo alla scuola di Colei che fu la più umile di tutte le creature: la Madonna.
E se proprio abbiamo l'istinto del monumento... allora innalziamone uno nel nostro cuore alla Madonna, alla sua bontà, alla sua alla sua immacolatezza e al suo amore.
E stiamo sicuri: Gesù stesso ci darà una mano in questo lavoro, perché il nostro monumento riesca degno della Sua e nostra Mamma.

                                                                                                                         D. SEVERINO GALLO sdb, (+ 2007)

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