"PREPARATE
LA VIA DEL SIGNORE"
VANGELO: "Voce di uno che grida nel deserto..."
(Lc. 3, 1-6)
Il Vangelo di oggi si apre
con una solenne intonazione storica: "Nell'anno decimoquinto
dell'impero di Tiberio Cesare...". Vengono poi specificate
chiaramente le autorità religiose: "Sotto i sommi
sacerdoti Anna e Caifa...", la "parola di Dio scese
su Giovanni... nel deserto".
Tutta questa solennità
di avvenimenti sta a io indicarci l'importanza che ha l'inizio
della missione pubblica di Giovanni il Battista, che annunzia
prossima l'entrata in scena del Salvatore.
E' interessante rilevare il fatto che la parola di Dio scese
nel deserto... E' un po' come ai giorni nostri: quante volte
la parola di Dio scende nel deserto di cuori aridi e distratti!
Non c'è un S. Giovanni pronto ad accoglierla e a farla
fruttificare.
Il Battista è umile
e per questo è in grado di accogliere la parola di Dio.
Infatti si dichiara come una semplice "voce che grida nel
deserto"; neppure un uomo, ma una voce, un soffio... Mentre
Gesù dirà di lui che è "il più
grande tra i nati di donna".
Giovanni predica un battesimo di penitenza. La penitenza doveva
iniziarsi con un segno sensibile, di cui egli si faceva il ministro.
Alla sua presenza venivano a immergersi nell'acqua, quasi per
essere lavati da lui. Essere battezzati voleva dire avere preso
un bagno completo.
L'acqua pulisce, toglie le
impurità, rende al corpo una specie di purezza, e l'innocenza
dei costumi è naturalmente paragonata alla purezza del
corpo. Il bagno adunque è simbolo del ritorno a una vita
immacolata. Ciò che il battesimo è per il corpo,
la penitenza lo è per l'anima.
Giovanni invitava a ricevere il battesimo e a prendere così
Dio e gli uomini a testimonio del loro pentimento.
Gli Ebrei compresero
certamente il significato di questo rito. Giovanni non attribuiva
al suo battesimo alcuna efficacia per la remissione dei peccati
e lo riteneva solamente un simbolo della purificazione dell'anima
per la giustizia.
Tuttavia quel battesimo, pur non avendo di per sé la virtù
di rimettere le colpe, era pur sempre un passo decisivo verso
la penitenza, e un indizio della contrizione del cuore, che da
Dio otteneva il perdono.
Perciò era accompagnato
dalla confessione delle colpe commesse. Anche in questo vi era
una novità. Riconoscendosi colpevole non solo davanti
a Dio, nel segreto del cuore, ma anche davanti a colui che si
presentava arditamente come ministro della penitenza, di cui
era araldo, il figlio d'Israele provava con quanta serietà
tornasse a Dio. Confessare le mancanze contro la legge divina
era impegnarsi a non commetterle più per l'avvenire.
Noi però fermiamoci ad ascoltare e ad esaminare quella
" voce che grida nel deserto": ha tante cose da dire
a noi che vogliamo essere testimoni e araldi di Gesù.
Si tratta di imparare dal Precursore questa lezione importantissima:
il coraggio di dire "non sono io l'atteso".
Ossia l'onestà di presentare Colui che è l'atteso,
Colui che offre e tutte le garanzie, Colui che non delude, senza
tentare il gioco pericoloso dello scambio delle parti.
Quando entra Lui in scena - e noi ci siamo dati da fare per sgomberarGli
la strada come testimoni - occorre sparire, liberare la scena.
Altrimenti si rischia di guastare la festa.
Ogni tanto sarà bene che ci rinfreschiamo la memoria,
per fissare bene le parti: chi è il Protagonista e chi
sono le comparse. E, soprattutto, il tempo dell'uscita dalla
scena... Un ritardo, in questo senso, può risultare fatale
(oltre che esporci al ridicolo).
Giovanni si proclama una semplice
voce. Oggigiorno invece si parla tanto di personalità,
di autoaffermazione del proprio io. Forse sotto queste parole
altisonanti si nasconde spesso un male piuttosto insidioso, che
si potrebbe chiamare "complesso del monumento".
Soffrono di
questo malanno - piuttosto grave - coloro (e possiamo essere
noi) che hanno la tendenza a calamitare lo sguardo altrui sulla
propria persona (o capacità, o zelo, o bontà),
senza preoccuparsi di indirizzalo nel senso giusto, verso "Colui
che deve venire".
L'ho definito "complesso del monumento", perché
questi maestri - cioè noi - inconsciamente, vedono tutto
e tutti in rapporto al proprio monumento personale.
Ogni cosa - anche l'apostolato,
la carità, l'interessamento per gli altri, perfino la
preghiera, lo spirito di sacrificio - tutto diventa materiale
che consolida il piedestallo su cui campeggia, giganteggia la
loro immagine... ricca di fascino.
La cosa diventa addirittura scandalosa quando si riduce la carità
a "mezzo" subordinato a questo fine particolaristico.
Ci sono certe persone che si dimostrano buone, condiscendenti,
generose, comprensive, altruistiche, ma a ragion veduta...
Per un calcolo preciso di popolarità e di prestigio. In
tal caso si diventa ripugnanti "mercenari dell'amore".
Anche se il prezzo incassato non è denaro, ma il contributo
di ammirazione per l'erezione del proprio monumento di bontà!
Stiamo attenti
a certi pericolosi equivoci sull'amore e sul desiderio di essere
benvoluti...
Sarà opportuno ricordare il severo monito del curato di
Torcy: "Il buon Dio non ha scritto che noi (sacerdoti, e
voi, religiose...) dobbiamo essere il miele della terra, ma il
sale" (GEORGES BERNANOS, Journale d'un curé de campagne...).
E il sale, fino a nuovo avviso, brucia sulle piaghe.
Quasi sempre la preoccupazione
di essere benvoluti si accompagna alla viltà, alla debolezza
e talora ai compromessi più meschini. E si traduce immancabilmente
nella perdita della propria libertà.
Giovanni il Battista si nutriva di "miele selvatico",
ma non ha mai cercato di invischiare nessuno nell'azione della
propria fama profetica. Anzi era lieto quando qualcuno si staccava
da lui per seguire l'Altro: Gesù, come fecero Andrea e
Giovanni.
Dal "complesso del monumento"
si guarisce soltanto a colpi di piccone. Occorre sbriciolare
inesorabilmente la nostra immagine esposta alla pubblica ammirazione.
Demolire tutto ciò che in noi tende a trattenere, a bloccare,
invece di rinviare a un Altro.
Colpi di piccone, dunque, per abbattere "il complesso del
monumento". E, contemporaneamente, una specie di rivoluzione
copernicana. Sloggiare il nostro "io" dal centro dell'universo
che occupa indebitamente, e cominciare a ruotare, insieme agli
altri, attorno all'unico Sole: Gesù.
Un rivoluzione semplicissima - anche se difficile e costosa -:
spostare l'io e collocare Dio al suo vero posto.
"Ora è Lui che
deve crescere, e io diminuire", diceva Giovanni. Ecco il
segno dell'avvenuta guarigione dal complesso del monumento. Il
nostro "diventare piccoli" e la crescita dell'Altro.
E assistere a questo fenomeno, non con l'aria indispettita e
ingrugnita di chi ha subìto un'ingiustizia, ma con la
gioia, la soddisfazione profonda di chi riconosce che "è
giusto così", "così è tutto a
posto".
Dice un
proverbio cinese:
"Se indichi con un dito
il cielo a uno stupido, lo stupido sta a guardare il tuo dito".
E' un fenomeno tutt'altro che
raro anche nella vita religiosa. Ma la colpa non è soltanto
dello stupido. Può essere anche di chi si compiace che
gli altri si soffermino ad ammirare il... vasto panorama del
proprio dito!, appunto perché siamo infetti dal "complesso
del monumento...".
Per immunizzarci da questo pericolo, sarà bene scendere
al Giordano e rimanere in compagnia di Giovanni Battista per
un lungo ritiro penitenziale.
Sarà possibile, allora,
imprimerci bene nella mente quel suo gesto stupefacente, ma "giusto",
espresso con il dito che indica "Colui che deve venire".
Un gesto che comporta distacco, lacerazione e spinta verso un
Altro.
Questa la vera penitenza, la vera conversione. Conversione nostra
e degli altri. Conversione implica, infatti, un mutamento di
direzione, una svolta. Ossia, una capacità di imboccare
la direzione giusta e di fornire agli altri l'indirizzo esatto:
"Non sono io l'atteso...". "Eccolo, E' Lui!"
Per questa pratica penitenziale si renderanno necessari assidui
bagni nel Giordano, in quell'acqua purificatrice. Finché
quel "battesimo" non ci abbia ripulito da tutte le
scorie di amor proprio e da tutte le croste...
L'operazione sarà più
semplice e più rapida, se ci metteremo alla scuola di
Colei che fu la più umile di tutte le creature: la Madonna.
E se proprio abbiamo l'istinto del monumento... allora innalziamone
uno nel nostro cuore alla Madonna, alla sua bontà, alla
sua alla sua immacolatezza e al suo amore.
E stiamo sicuri: Gesù stesso ci darà una mano in
questo lavoro, perché il nostro monumento riesca degno
della Sua e nostra Mamma.
D. SEVERINO GALLO sdb,
(+ 2007)