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Domenica del Tempo di Pasqua: ASCENSIONE - B
* At 1,1-11 - Gesù fu elevato
in alto sotto i loro occhi.
* Dal Salmo 46 - Rit.: Ascende il Signore
tra canti di gioia.
* Ef 4,1-13 - Chiamati allo stato di
uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità
di Cristo.
* Canto al Vangelo - Alleluia, alleluia.
Andate e ammaestrate tutte le nazioni, dice il Signore. Ecco:
io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Alleluia.
* Mc 16,15-20 - Gesù è
assunto in cielo e siede alla destra di Dio.
"Dette
queste cose,
fu elevato in alto sotto i loro occhi"
In fin dei conti, la festa
di oggi dovrebbe essere più espressione di tristezza che
di gioia: è Gesù che si allontana definitivamente
dai suoi, fino a che non gli piacerà di "ritornare"
per l'incontro ultimo con gli uomini.
E sembra che in questo senso abbiano percepito il fatto i suoi
apostoli, i quali rimangono non solo interdetti, ma anche rattristati
quando lo vedono svanire davanti ai loro occhi, se è vero
che due esseri angelici "in bianche vesti" dovettero
rassicurarli dicendo loro: "Uomini di Galilea, perché
state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato
di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo
stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo" (At 1,11).
Solo il preannuncio del suo "ritorno" poteva compensare
l'amarezza e il senso di vuoto che provarono in quel momento
gli apostoli.
"Cantate
inni al nostro re, cantate inni"
Come va allora che la Liturgia odierna è tutta piena di
giubilo, quasi più che la stessa festa di Pasqua?
Basti leggere il salmo responsoriale, che descrive l'ascesa trionfale
di Jahvè al tempio in mezzo alle acclamazioni rituali
e che qui viene applicato a Cristo che sale al cielo: "Applaudite,
popoli tutti, / acclamate Dio con voci di gioia; / perché
terribile è il Signore, l'Altissimo, / re grande su tutta
la terra... / Cantate inni a Dio, cantate inni; / cantate inni
al nostro re, cantate inni" (Sal 46,2-3.7).
Il salmo responsoriale stesso dà in parte risposta al
nostro interrogativo: se l'Ascensione è un distacco, è
però anche l'ingresso di Cristo nella gloria, la sua "intronizzazione"
come "re" universale presso il Padre. È giusto
perciò che la Chiesa gioisca oggi di questo grande evento,
che non è solo commemorazione di un fatto passato, ma
contemplazione di ciò che Cristo è nella sua realtà
attuale: il Cristo, "asceso" nella gloria, è
il Cristo che è presente in mezzo a noi e che opera nella
storia. Non una "presenza" allontanata, dunque, ma
una presenza "ravvicinata"!
"Con
il Cristo siamo penetrati nell'altezza dei cieli"
Oltre a questo, però, c'è un altro motivo di gioia
che fa sussultare di commozione il cuore della Chiesa: ed è
il fatto che, con Cristo, è ascesa nella gloria quella
"umanità" che egli ha preso in prestito da noi.
È quanto esprimeva mirabilmente già a suo tempo
san Leone Magno: "L'Ascensione di Cristo significa anche
elevazione per noi, e là dove è giunta in anticipo
la gloria del capo, è come un invito alla speranza per
il corpo: per questo dobbiamo giustamente esultare, e piamente
ringraziando rallegrarci. Oggi non solo abbiamo ricevuto la conferma
di possedere il paradiso, ma siamo penetrati con il Cristo nell'altezza
dei cieli".
È quanto troviamo mirabilmente espresso anche nella colletta:
"Esulti di santa gioia la tua Chiesa, Signore, per il mistero
che celebra in questa liturgia di lode, poiché in Cristo
asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto
a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di
raggiungere il nostro capo nella gloria". Pensiero analogo
troviamo nella preghiera dopo la comunione.
Più mirabile ancora è il prefazio: "Il Signore
Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte,
oggi è salito al di sopra dei cieli tra il coro festoso
degli angeli. Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo
e Signore dell'universo, non ci ha abbandonati nella povertà
della nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora
eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo
e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa
gloria".
Salendo al cielo Cristo non solo non ci ha abbandonati, ma addirittura
ci ha indicato la "strada" per raggiungerlo nella gloria.
Una festa di gioia e di grande attesa, dunque, quella che celebriamo
oggi, più che di rimpianto e di rammarico. Proprio come
egli aveva detto ai suoi apostoli: "È bene per voi
che io me ne vada" (Gv 16,7).
"Avrete
forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi"
Le letture bibliche ci aiutano a penetrare meglio il mistero
dell'Ascensione nella molteplicità e nell'intreccio di
questi diversi motivi.
Ad esempio, la prima lettura, ripresa dalla introduzione del
libro degli Atti e che sembra sottolineare più un senso
di velata nostalgia che di festa, in realtà è anch'essa
aperta al futuro della speranza, in quanto preannuncia la venuta
dello Spirito, che darà agli apostoli la forza di "testimoniare"
davanti al mondo la sovrana "signoria" di Cristo.
"Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro
di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse
la promessa del Padre, "quella, disse, che voi avete udito
da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati
in Spirito Santo, fra non molti giorni... Non spetta a voi conoscere
i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta,
ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di
voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e
la Samaria e fino agli estremi confini della terra""
(At 1,4-5.7-8).
È interessante questo esplicito riferimento allo Spirito
Santo, come "dono" del Cristo vittorioso, che prende
finalmente possesso della sua gloria.
Molti studiosi hanno definito il libro degli Atti come il "Vangelo
dello Spirito", perché di fatti lo Spirito ne è
il protagonista, e non solo nell'evento di Pentecoste che viene
descritto subito dopo (cap. 2), ma anche in tutta la storia successiva.
La Pentecoste è il "contrassegno" della Chiesa,
in quanto essa deve vivere continuamente sotto il fuoco dello
Spirito.
Non si deve però dimenticare che è precisamente
Cristo asceso al cielo che ci manda lo Spirito. Vorrei dire che
l'Ascensione "spiritualizza" lo stesso Cristo e ci
permette di comunicare con lui più direttamente e intensamente:
non c'è più fra noi e lui la "distanzialità"
che la materia pone fra gli esseri, ma la capacità di
"interiorizzarlo" in forza della "spiritualizzazione"
che è avvenuta in lui e, in parte, avviene anche in noi.
Anche il simbolismo della "nube", che lo avvolge, si
muove in questo senso: "Detto questo, fu elevato in alto
sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo"
(v. 9). La "nube", infatti, è una caratteristica
delle teofanie bibliche. Cristo si muove ormai nel mondo del
divino, dove l'esperienza umana non può penetrare: solo
il suo Spirito può farci da intermediario.
"Ascendendo
in cielo... ha distribuito doni agli uomini"
La seconda lettura, ripresa dalla lettera agli Efesini, contiene
una accorata esortazione all'"unità" della comunità,
per mezzo dell'amore. E questo proprio sul modello della Trinità
Santissima che, pur distinta nelle persone e nelle relative operazioni
salvifiche, è "una" per la comune natura divina:
"Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è
la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra
vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.
Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti,
agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti"
(Ef 4,4-6).
È evidente il rimando "trinitario" nei versetti
appena citati, proprio per esortare quei cristiani all'unità
di fede e di reciproco amore: si incomincia dallo "Spirito",
che è già operante nella comunità, si passa
per il "Signore" Gesù; si arriva finalmente
al "Dio Padre di tutti", fonte e origine di tutto.
L'"unità", che deve fare di tutti i cristiani
un "corpo solo" (v. 4), non esclude però la
"molteplicità" dei doni e dei ministeri in seno
alla Chiesa, che ha bisogno di tutti i suoi figli per realizzarsi
e "costruirsi" come autentico "corpo di Cristo"
(v. 12). Anzi, questa molteplicità di "doni"
è proprio il Cristo risorto e "asceso" al cielo
(vv. 7-10) che la distribuisce alla Chiesa quasi come segno del
suo trionfo definitivo, adesso che si asside di nuovo "alla
destra del Padre" con la sua propria umanità che
lo ha accomunato a ciascuno di noi.
È quanto si dice a conclusione di questo densissimo brano
paolino: "È lui che ha stabilito alcuni come apostoli,
altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori
e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero,
al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo
tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio
di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene
alla piena maturità di Cristo" (4,11-14).
Con l'Ascensione Cristo non si distacca dunque dalla sua Chiesa;
anzi le diventa più intimo e può disporre per lei
di tutte le sue ricchezze di amore e di grazia e della sua "signoria"
universale.
"Signoria" che si realizza proprio attraverso quei
"doni" che qui vengono elencati e che di fatto tendono
ad espandere la "conoscenza" di Gesù come "Figlio
di Dio" ("apostoli", ecc.). La "piena maturità
di Cristo" (v. 13) di cui qui si parla, infatti, non è
solo la crescita di ognuno di noi, nella penetrazione del suo
mistero, ma è soprattutto la sempre più dilatata
"edificazione del suo corpo" (v. 12), che si otterrà
attraverso la più ampia "conoscenza" di Cristo
ad opera di coloro che hanno il particolare compito di "annunciarlo"
al mondo, quali sono appunto "gli apostoli, i profeti, gli
evangelisti, i pastori, i maestri", sopra ricordati (v.
11).
In fin dei conti, è la tensione "missionaria"
della Chiesa che è chiamata in causa dall'Ascensione del
Signore nostro Gesù Cristo.
"Andate
in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura"
È quello che emerge anche più chiaramente dalla
finale del Vangelo di Marco, che sembra essere un'aggiunta posteriore
(16,9-20), di altro autore; questo, comunque, non ha alcuna rilevanza
per quanto riguarda la canonicità del brano. Vi si descrive
l'ultima apparizione del Risorto agli apostoli, tutta concentrata
nel "mandato" missionario: l'Ascensione vi fa solo
da sfondo ed appare come l'elemento che lo giustifica, lo stimola
e addirittura lo rende efficace. Sembra strano, ma non lo è:
proprio il Cristo, che si allontana dai suoi, rende più
efficace la loro azione missionaria!
"Alla fine, Gesù apparve agli undici... e disse loro:
"Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni
creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà
salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi
saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio
nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno
in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà
loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno".
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto
in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono
e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme
con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano"
(Mc 16,15-20).
Pur avendo notevoli punti di contatto con l'analoga finale di
Matteo (28,16-20), il testo di Marco è più ricco,
e anche più significativo.
Ad esempio, è del tutto singolare il riferimento a certi
fatti carismatici (cacciare demoni, ecc.) come "segni"
della "fede", che appare qui come una forza che sconvolge
l'ordine stesso delle cose: indubbiamente s'intende dire che
con l'accettazione del Vangelo interviene qualcosa di totalmente
"nuovo", che non solo cambia i cuori degli uomini,
ma introduce rapporti nuovi nella compagine stessa della creazione.
È la "signoria", di cui Cristo ha preso possesso,
che già si manifesta nella nostra storia!
A condizione però che il Vangelo sia davvero predicato
"ad ogni creatura" (v. 15). Di qui la responsabilità
della Chiesa, che in questo suo servizio diventa quasi arbitra
della salvezza degli uomini. Davanti al suo annunzio, infatti,
e in conseguenza del suo annunzio, avviene come un "giudizio"
di vita o di morte: "Chi crederà e sarà battezzato
sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato"
(v. 16).
È il rimando al dovere della "testimonianza",
sia della dottrina sia della vita, che ci ricordava all'inizio
il libro degli Atti: "Avrete forza dallo Spirito Santo che
scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme,
in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della
terra" (At 1,8).
"Il
Signore operava insieme con loro"
Particolarmente significativo, poi, l'ultimo versetto che afferma
sia l'obbedienza degli apostoli al mandato di Cristo, sia la
sua fedeltà alla promessa di assisterli sempre con la
forza della sua grazia: "Allora essi partirono e predicarono
dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava
la parola con i prodigi che l'accompagnavano" (v. 20). I
"segni", di cui egli aveva prima parlato, si verificano
puntualmente come espressione dell'assoluta "sovranità"
del Cristo risorto e asceso al cielo, che qui viene presentato
appunto come il "Signore" (K´yrios).
"Quest'aggiunta è molto importante, non solo perché
ci permette di gettare uno sguardo in un momento della storia
della comunità nel quale si attribuiva un grande valore
ai miracoli e ai doni carismatici, ma soprattutto perché
si afferma che il vero scopo della risurrezione di Gesù
consiste nella proclamazione del Vangelo in tutto il mondo. E
questo avviene proprio ad opera dei discepoli riassunti in servizio
dal Risorto: lui solo può superare la loro incredulità.
In questo si manifestano la potenza, la signoria e la vittoria
del Risorto".
La festa dell'Ascensione, perciò, non è solo la
festa della "signoria" di Cristo, ma anche di quella
della Chiesa, che "vince" soprattutto con l'annunzio
del Vangelo, che di fatto è un "portare in trionfo"
Cristo per il mondo.