La solennità
dell'Ascensione segna il definitivo passaggio da parte degli
Apostoli alla fede piena, libera e, soprattutto, responsabile.
Dopo il ritorno di Cristo al Padre, essi sono costretti ad uscire
dal cono d'ombra protettivo garantito dalla presenza del Messia
in mezzo a loro. Senza più parafulmine devono cominciare
a contare solo sulle loro forze, a camminare con i loro piedi,
ad assumersi in prima persona tutte le conseguenze derivate dalla
loro particolare vocazione.
Ascendendo al cielo
il Signore lascia un vuoto che può essere colmato, con
l'aiuto dello Spirito Santo, solo dalla libertà, dall'intelligenza,
dalla fedeltà e dall'amore dei singoli discepoli. Se la
Risurrezione è la solennità della fede, l'Ascensione
è quella della sua maturità. E' necessario che
Gesù si allontani, che lasci un vuoto esistenziale, per
permettere che quanto ha seminato nei cuori cominci a fruttificare.
Le relazioni umane
che Lui, durante la sua vita terrena, ha condiviso e testimoniato
devono diventare il paradigma comportamentale dei cristiani.
Il Messia ha tracciato il solco, i cristiani devono gettare i
semi che, partendo dal ricordo del Suo insegnamento e dalla Sua
testimonianza, producano una nuova antropologia aperta alla fede,
ricca di valori umani, rispettosa della libertà di coscienza,
impregnata di solidarietà e capace di realizzare nella
storia cieli nuovi e terra nuova.
La lontananza fisica
del Salvatore costringe i discepoli a rigenerarsi nello Spirito,
a vincere tutte le loro innate paure, ad incanalare i loro limiti
caratteriali nell'alveo della comunione prima vissuta, testimoniata
e, poi, celebrata. Tutta la vita cristiana non è altro
che una continua ascesa non semplicemente auspicata, ma concreta
e vissuta.
I sacramenti che
l'accompagnano non possono essere semplicemente celebrati, ma
si devono trasformare in cardini di un nuovo modo di essere.
Il rischio di viverli nell'ottica di uno sterile magismo è
concreto e reale. Non basta essere battezzati per dirsi cristiani.
Non basta celebrare
l'Eucarestia, bisogna viverla. La Riconciliazione non c'è
se non genera comportamenti ricchi di perdono, di accettazione
vicendevole, di carità e di pace. Ascendendo Gesù
ci lascia la testimonianza di una vita in perenne ascesa.
Di essa conosce
ed esperimenta ogni aspetto: povertà, persecuzione, fatica,
suggestioni, tradimenti, gioie, lacrime, sentimenti, lusinghe,
abbandoni, precarietà, incomprensioni, morte. In Lui tutto
ha senso e realizza qualcosa di nobile ed umanamente arricchente.
La povertà
di cose si trasforma in libertà d'azione; la persecuzione
diventa più radicale testimonianza della propria missione;
la precarietà spalanca le porte alla Provvidenza; la fatica
genera autonomia ed indipendenza; le incomprensioni maturano
atteggiamenti di perdono e tolleranza; le gioie danno sapore
al vivere; i tradimenti aumentano la ricerca di vere amicizie;
le lacrime denotano una grande sensibilità d'animo; la
morte spalanca le porte alla resurrezione. L'Uomo-Dio che ascende
interpella ognuno di noi.
Accompagnandolo
verso il cielo accettiamo di fare nostro il suo modo di vivere.
Egli ha digiunato per liberare il cuore; ha pregato per rafforzare
il suo legame con il Padre; è stato battezzato per inaugurare
una nuovo modo di vivere; ha guarito per mitigare le sofferenze
del peccato; è vissuto senza essere schiavo del contingente
o essere prostrato dinnanzi a nessun potente; ha predicato il
Regno e non una nuova religione.
L'odierna liturgia
della Parola ci ricorda che celebrare l'Ascensione vuol dire
essere apostoli, profeti, evangelisti, pastori, maestri, discepoli
in base alla propria vocazione individuale. Andare in tutto il
mondo, predicare il Vangelo ad ogni creatura, cacciare i demoni,
imporre le mani ai malati, perdonare le offese ed i peccati è
l'unico modo a nostra disposizione per testimoniare nei fatti
che il Signore continua ad agire con noi e che la sua Parola
non è chiacchiera ma cuore e testata d'angolo di un nuovo
modo di essere veramente cristiani.