IL
SUO AMORE E' PER SEMPRE
Otto giorni
fa, abbiamo celebrato la vittoria di Gesù Cristo sulla
morte. Abbiamo meditato sulla vicenda storica del Figlio di Dio,
vicenda non lontana, ma attuale nella quale anche noi oggi veniamo
compresi.
Lungo tutta
questa settimana di ottavario della Pasqua, la liturgia ci ha
proposto la lettura delle apparizioni di Gesù. Oggi Egli
appare ancora ai Dodici, a coloro che sono stati partecipi della
sua vita e della vicenda tragica degli ultimi giorni.
Il brano del
Vangelo di Giovanni, ascoltato, inizia proprio così: "La
sera di quel giorno, il primo della settimana". La cornice
che inquadra quest'evento è proprio la continuazione del
giorno di Pasqua che, come tale, è il "primo della
settimana".
Alla sera di
questo giorno, mentre tutti erano barricati a porte chiuse, per
paura, ecco che Gesù irrompe improvvisamente nella stanza,
si ferma con loro e, augurando la pace, se ne fa portatore.
Allo stupore
e smarrimento dei presenti Gesù s'identifica mostrando
le sue piaghe. A testimonianza che colui che hanno di fronte
è proprio il Mastro, l'amato, colui che è stato
crocifisso. Tra di loro, però, manca all'appello solo
Tommaso. Giovanni non dice dove egli sia o cosa stesse facendo,
ci rileva soltanto la sua assenza dal gruppo.
Questa mancanza
fa si che egli quando si unisce ai Dodici venga a conoscenza
del fatto loro accaduto, di come Gesù sia venuto e intrattenuto
con loro. Impossibile, per Tommaso che incredulo "sfida"
la fede dei suoi compagni.
Otto giorni
dopo, ecco accadere lo stesso avvenimento, unico particolare:
c'è anche Tommaso. Gesù viene e dialoga con Tommaso,
lo invita a credergli e a certificare la fede degli altri Apostoli,
mostrando le sue piaghe, come già aveva fatto otto giorni
prima. L'incredulità di Tommaso diventa fede certa, di
fronte a questi segni non ci possono essere dubbi, è veramente
Gesù.
Siamo anche
noi come Tommaso. Anche noi vogliamo toccare, vogliamo vedere,
ci è difficile credere sulla parola di qualcun'altro.
Non c'è da rimproverare Tommaso per la sua incertezza
nel credere. Piuttosto bisogna rimproverare la nostra poca fede,
ora.
Anche noi oggi,
infatti, possiamo toccare e vedere il Risorto. Ogni volta che
nella nostra vita ci lasciamo plasmare dall'Amore, ogni volta
che ci accostiamo ai Sacramenti, ogni volta che facciamo della
nostra vita un dono, come lo è stato per Gesù,
allora anche noi tocchiamo e vediamo Gesù, ci rendiamo
suoi fedeli testimoni.
Il nostro credere,
fondato sulla fede di Gesù, ci è trasmesso dalla
fede degli Apostoli e dei loro successori, ma anche dalla testimonianza
di tutta la Chiesa.
L'amore di
Dio è l'amore del Crocifisso risorto, la Trinità
possiede i segni della passione, essi non vengono tolti con la
risurrezione, ma vengono ricompresi alla luce dell'amore e risignificati,
da segni di morte diventano segni di vita.
Renderci consapevoli
di questo fatto, ci rende forti nelle nostre piccole o grandi
sofferenze, ci rende capaci di non chiuderci in uno sterile pianto
o in farisaiche imprecazioni, ma di guardare alla vita con la
speranza del Risorto.
Giovanni termina
questo brano evangelico ricordandoci che "Gesù fece
molti altri segni, che non sono stati scritti in questo libro.
Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù
è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo,
abbiate la vita nel suo nome".
La fede nella
Parola di Dio è per noi oggi una testimonianza vera e
compiuta, senza nulla togliere a ciò che più sopra
dicevamo.
Il credere
alla Parola ci spinge sempre più alla fede nel Risorto,
e questa ci porta alla pienezza della vita; a testimoniare la
sensatezza di un amore che si dona fino alla morte, e che superata
la morte stessa, è frutto duraturo di vita nuova e beata,
che ha radici nel presente.