«Mio
Signore e mio Dio!»
Ecco una pagina famosa del
Vangelo di Giovanni: lapparizione
di Gesù ai discepoli, nota soprattutto per lepisodio
così caratteristico
dellincredulità di Tommaso. Il Signore risorto esclama:
«Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli
che pur non avendo visto
crederanno!» dopo aver esortato lApostolo a «non
essere più incredulo
ma credente», unesortazione che coinvolge noi e tutti.
Con questa forte ingiunzione Gesù definisce i due modi
in cui
un uomo può vivere: come un uomo, appunto, che non crede,
o
come un uomo che, superata una soglia, diventa credente. Questo
passaggio dalla non fede alla fede, o dalla poca fede alla molta
fede,
è il passaggio vitale che ci introduce a Gesù,
e non è mai finito.
Dobbiamo dunque credere senza pretendere verifiche. Gesù
è
venuto a ricuperare Tommaso, uomo generoso che secondo
una
tradizione sarebbe morto martire. È venuto a dare
a lui e a noi
una lezione molto semplice: la conoscenza della fede va molto
al
di là delle conoscenze umane, e non è possibile
pretendere di restringerla
nei limiti dellesperienza sensibile, dei pensieri umani;
occorre dilatare la mente e aprire il cuore, ammettere di poter
giungere alla conoscenza di Dio soltanto aprendosi alla sua grazia.
È un richiamo al metodo, diremmo noi oggi. Il grande passaggio
dalla non fede alla fede, dallessere non credente allessere
cre-
dente, esige la volontà e la collaborazione delluomo.
Quando Gesù
dice «credente», non lo dice nel senso piuttosto
generico con
cui noi oggi usiamo questa parola. «È un credente»
è infatti
espressione che resta indeterminata: può indicare un cristiano,
ma
anche il fedele di altre religioni, o, al limite, colui che si
impegna in
credenze vaghe o almeno concluse entro una sfera umana. La fede
di cui parla Gesù è invece la fede in Lui: ha per
oggetto la sua
Persona vivente, pretende unadesione completa al suo essere
Figlio
di Dio e, attraverso Lui, al Padre. Ecco il «credente»
nel senso
storico della parola: il santo, il cristiano.
Il grande invito sta proprio
in questo. Forse la causa della nostra
incredulità non consiste nel fatto che non abbiamo visto
e toccato
con mano lesitazione di Tommaso è innocente,
è quasi una
protesta del cuore ; forse la ragione per cui molti di
noi non varcano
la soglia, e rimangono increduli, è più profonda.
È la stessa ragione per cui coloro che allora non credettero
in
Gesù e pure erano credenti in Dio cercarono
di eliminarlo dal
loro orizzonte: il fatto che, se uno si volge a credere sul serio
in
Gesù, intuisce che il cambiamento nella sua vita non può
essere
che totale, e può anche spaventarsene. Non si tratta di
una fede
senza conseguenze, ma di accettare una Persona che cammina
nella storia umana per trarla dietro a sé, al di là
degli orizzonti
umani, fuori da quello che Egli considera il vero carcere: il
peccato.
Non potrebbe essere che il nostro «non credere»,
o il credere
relativamente, non sia in fondo altro che unesitazione
a lasciarsi
davvero coinvolgere da una Persona così straordinaria,
magnifica,
ma anche terribile, così al di sopra delle nostre piccole
abitudini?
Di fronte allInconoscibile se non per grazia e per
rivelazione
qualcosa in noi si spaventa, perché siamo deboli e fragili.
Ne è una prova ciò che leggiamo nelle due Letture.
Nella pagina
degli Atti avvertiamo lo straordinario «effetto sociale»
diremmo
noi che i primi credenti vivono in sé, nella convinzione
che ognuno di loro è uno solo in Cristo.
Il bisogno di far diventare
visibile questa comunione dividendo
con gli altri, con i fratelli, quello che ognuno possiede
è
lespressione concreta dellessere «un cuor solo
e unanima sola»; è
lintuizione che la vita della comunità dei credenti
è fatta di un insieme
di legami che sempre dovrebbero essere ispirati alla benevolenza.
La fede nel Cristo trasforma infatti quei primi gruppi di credenti
in gruppi generosi, i quali sentono che anche nella vita materiale
devono essere uniti; la fede li rende, allinterno di una
società
diversa, ebraica o greca o romana, una nuova società costruita
secondo leggi che provengono da Dio, il quale è Amore.
Questo continua ad essere il compito dei cristiani attraverso
tutti i tempi, i luoghi e le culture. Ma è chiaro che
le leggi ispirate
dallamore non possono essere che leggi aperte, dove la
benevolenza,
lamore di Gesù, diventano la nuova norma.
È solo così che la fede diventa realmente tale,
altrimenti rimane
una questione puramente mentale e non incide sulla vita, non
cambia il mondo. Esclamare: «Mio Signore e mio Dio!»
significa accettare
questo stile di Gesù che trasforma tutto.
Per renderci conto di questa
straordinaria trasformazione basterebbe
leggere «a rovescio» la pagina degli Atti: «Tutti
dicevano
proprietà loro ciò che tale appunto era, e perciò
tra loro non cera
niente in comune. Cerano molti bisognosi, ma quelli che
possedevano
campi e case li tenevano per sé. E così rimanevano
i grandi
proprietari e i miserabili». Questa è purtroppo
la condizione
più comune nel mondo, e segna i rapporti tra le nazioni,
tra i continenti.
Ma Gesù con il suo insegnamento trasforma questa rete
iniqua
di relazioni. Se crediamo davvero, a poco a poco è
un lungo cammino
che non finisce mai noi assumiamo il suo cuore e accettiamo
di regolarci secondo le leggi di Dio, che sono ispirate dallamore.
Quando nella sua prima Lettera Giovanni afferma che, se amiamo
Dio, osserviamo i suoi Comandamenti, significa proprio que-
sto: le leggi di Dio sono ispirate alla bontà. Se pensiamo
come
Lui, amiamo come Lui, queste sono anche le nostre leggi, ma se
rimaniamo nel nostro cuore degli egoisti, noi respingiamo le
sue
leggi.
Ora, come tutti sappiamo, la
legge delle leggi per Gesù è stata:
dare la propria vita per gli altri. Se siamo in sintonia con
lamore
di Dio, pur con tutti i nostri limiti, i nostri peccati, i nostri
egoismi,
se accettiamo la sua luce, questa diventa anche la nostra legge.
Ma
se abbiamo deciso che non possiamo o non vogliamo accettarla,
se
rifiutiamo questa condivisione con lamore, allora è
vana la nostra
fede.
Aver fede è dire con tutta la mente e con tutto il cuore:
«Signore
mio e Dio mio». Ma la questione centrale non è «io
vedo, io credo
», «io non ho visto e credo lo stesso». È
certo importante, ma
tante cose noi crediamo basandoci sulla fiducia della testimonianza;
anche il Vangelo dice: «Queste cose son state scritte perché
crediate».
La questione di fondo, più
penetrante, è laltra. Gesù è già
qui,
nel Tabernacolo, verrà tra poco sullAltare tra noi,
palpitante e vivo,
e ci riproporrà questa domanda: «Volete essere sempre
più
credenti?». E il senso della sua domanda è questo:
«Volete passare
sempre di più a uno stile di vita dominato dalle leggi
del Padre,
quelle del perdono, della generosità, dellamore,
che si esprimono
attraverso le mille forme che tutti conosciamo, e che fanno capire
che un cristiano è veramente tale?».
Ecco linvito. Il Signore è risorto per avere un
popolo di gente
che sia come Lui: buona, aperta, evangelica, generosa. E ce nè
sulla terra: quanti santi, quanti martiri anche oggi, quanti
cristiani
splendidi nella loro umile testimonianza dogni giorno.
Ma ce
ne possono essere sempre di più.
Questo Egli ci chiede ancora,
oggi. Siamo già credenti nel Signore,
ma possiamo ancora fare un passo in più verso di Lui.
A
questo punto ciascuno deve guardare nella propria vita e cercare
di capire qual è il passo che è atteso da lui.
Gesù infatti desidera veri credenti, sempre più
veri, gente convinta
che il suo modo, il suo stile, sono quelli giusti e necessari
per le relazioni umane, perché non rimangano nel mondo
solo tristezza,
dolore, fame, sete, ingiustizia, morte.
Sono passati otto giorni dalla festa della Risurrezione. Siamo
ancora freschi di Pasqua, per dire così. Possiamo promettere
a Gesù
che gli diremo «Signore mio e Dio mio» con tutta
la sincerità di
cui siamo capaci e che, se ci resta un po di paura in fondo
al cuore
la paura che questo Maestro santo voglia tutto da noi
vinceremo
questo brutto timore. È così bello essere conquistati
da Gesù
Cristo, rapiti, ciascuno a modo suo.
È appunto il nostro
destino.
Offriamoci così in questa celebrazione. Chiediamo a Maria,
la
Madre della Misericordia, che sia lei la «soglia»:
che ci faccia passare
in Cristo con fermezza e con dolcezza, con fede e con audacia,
con amore e con disponibilità. È lofferta
che qui ci viene fatta.
Accettiamola con molta gratitudine e con tutto il cuore.