Accogliete
con docilità la Parola
"Religione pura e senza
macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani
e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo
mondo".
Queste parole, tratte dalla
lettera dell'apostolo Giacomo, di cui oggi inizia la lettura
continua, vengono incontro a noi proprio mentre sta terminando,
per molti, il periodo delle vacanze e si riprendono le attività
ordinarie. Le parole del'apostolo si inseriscono nella dimensione
normale della vita: non sono esortazioni per la festa o per momenti
straordinari ma riguardano i giorni feriali di ogni settimana.
Ecco perché sono un dono per questo tempo; potremmo dire
che sono le parole buone che il Signore ci rivolge all'inizio
di questo nuovo tempo perché possiamo "conservarci
puri da questo mondo" e comprendere quale sia il vero culto
gradito a Dio.
Il Vangelo ci dice che Gesù
è ancora in Galilea, in un'area lontana dalla capitale
e dal centro della religione. Aveva iniziato qui la sua missione
pubblica, annunciando ai poveri e ai deboli l'avvicinarsi del
regno di Dio. Da Gerusalemme arrivarono alcuni scribi e farisei
per discutere con lui. La sua fama di predicatore era evidentemente
giunta sino alla capitale e costoro venivano forse non per accusarlo
ma semplicemente per discutere con lui. In effetti, Gesù
era ancora all'inizio della sua predicazione e ancora troppo
lontano da Gerusalemme per richiedere un urgente intervento di
opposizione alla novità del suo annuncio.
Molti dei farisei, ci è
noto, erano osservanti non solo della Legge, la Torah, ma anche
delle aggiunte che lungo gli anni e i secoli i saggi d'Israele
avevano raccolto: queste ultime sono quelle che l'evangelista
chiama "le tradizioni degli antichi". Con tali prescrizioni
rituali si voleva circondare di rispetto, concreto e minuzioso,
il mistero di Dio e c'è da dire che non dobbiamo affatto
da disprezzare queste attitudini. La mancanza di rispetto per
il rito, infatti, è indice di una mancanza del senso di
Dio.
Ma se tali prescrizioni rituali non vengono vissute all'interno
di un rapporto reale e autentico con il mistero che si celebra
diventano ritualiste, ossia gesti vuoti di senso e sopratutto
privi di cuore, esteriori e freddi.
I farisei vedendo i discepoli
di Gesù che non osservano le pratiche di purificazione
prima di mangiare, si sentono in pieno diritto di chiedere al
maestro: "Perché i tuoi discepoli non si comportano
secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani
immonde?". Ovviamente, il loro rimprovero è diretto
non alla trasgressione di una norma igienica, ma ad una prescrizione
rituale.
Gesù, riprendendo le
parole del profeta Isaia stigmatizza la grettezza di un atteggiamento
puramente esteriore: "Questo popolo - risponde - mi onora
con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano
essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti
di uomini". In Gesù è il lamento di Dio per
un culto puramente esteriore, tale culto Egli non sa che farsene.
E Gesù continua: "Trascurando
il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini".
Non si tratta, qui, di condannare e sminuire le pratiche rituali,
né di favorire una religione intimista e individualista
nè tantomeno si vuole attenuare l'osservanza della Legge.
Gesù conosce bene quanto
Mosé ordinò al poppolo d'Israele e non esorta affatto
a disobbedire alla Legge. Quel che condanna è la lontananza
del cuore degli uomini da Dio; ciò che Gesù pone
in quesione è il rapporto personale tra l'uomo e Dio.
Gesù, collegandosi alla critica sulle mancate abluzioni,
chiarisce cosa è davvero impuro, ossia non adatto a Dio.
C'è una prima affermazione molto chiara: nessuna delle
realtà create è inadatta a Dio; quindi, nulla è
impuro. L'impurità, infatti, non è nella realtà
creata da Dio ma nel cuore dell'uomo; Gesù chiarisce che
il male non nasce per caso, come se fosse il frutto di un cieco
destino. Ognuno può diventare coltivatore, spesso solerte,
nel terreno del proprio cuore di piccole o grandi quantità
di erbe amare che avvelenano la nostra vita e quella degli altri.
Siamo noi responsabili dell'amarezza di questo mondo; chi più,
chi meno; nessuno può dirsene fuori. È perciò
dal cuore che dobbiamo partire per estirpare il male in questo
mondo. Troppo spesso si trascura il cuore pensando che quel che
conta è cambiare le strutture o cambiare le leggi. Ma
il punto centrale della lotta contro il male è il cuore.
È nel cuore che si combattono
le battaglie per cambiare davvero il mondo, per essere tutti
migliori. E' nel cuore che vanno piantate le erbe buone della
solidarietà, dell'amicizia, della pazienza, dell'umiltà,
della pietà, della misericordia, del perdono. La via per
questa piantagione buona è segnata dal Vangelo. Noi abbiamo
il compito e il dovere di accogliere quella parola e farla crescere
perché non solo non sia soffocata dalle nostre pesantezze,
ma possa portare frutti.
A volte le molte osservanze
esteriori che poniamo nel nostro rapporto con Dio ci fanno dimenticare
ciò che più conta: la rettitudine, la giustizia
e l'amore. Si cura più l'esteriorità, l'apparenza
e ci si dimentica di curare di più l'interiorità,
affinchè porti equilibrio a tutto il nostro esere figli
del Dio dell'amore. Nel linguaggio biblico il cuore è
il luogo delle decisioni profonde e stabili, dove avviene la
scelta fra il bene e il male, fra Dio o noi stessi.
A fronte di questo, se il primo
dovere dell'uomo è di tenere in ordine il cuore, lo è
maggiormente per chi si mette al seguito di questo Maestro che
indica ad ogni suo discepolo il giusto modo di vivere il proprio
personale rapporto con Dio-Padre e con il mondo intero.