A
TE ALZO I MIEI OCCHI
Una costante del Vangelo di
Marco è l'atteggiamento di incomprensione e di rifiuto
nei confronti di Gesù da parte delle più diverse
categorie di persone: dall'ostilità crescente e sempre
più aperta della clase dirigente all'incomprensione dei
parenti stessi, all'abbandono della folla che, dopo l'entusiasmo
iniziale, prende le distanze da Lui, alla "durezza di cuore"
dei discepoli.
Tutto questo dà un colore
particolarmente drammatico alla vita e all'attività di
Gesù. Quando Dio si impegna più intensamente in
favore degli uomini, e in Gesù si coinvolge al di là
di ogni misura e previsione, essi rispondono con una risposta
il più delle volte fallimentare e deludente.
L'evangelista qui non intende
semplicemente mostrare l'umanità vera di Gesù,
ma nella sua reazione emotiva ci fa intravedere la reazione di
Dio. Un Dio-Padre che non rimane e non è indifferente
alla risposta degli uomini, un Padre che non è insensibile
al fatto che si prenda sul serio il suo amore oppure no, lo si
svii.
In questo contesto si colloca
l'episodio narrato nel brano evangelico di oggi. Gesù
arriva a Nazaret, il paese dove è cresciuto, dove ha trascorso
la maggior parte del tempo della sua esistenza. Lo precede la
fama di predicatore itinerante ricercato dalle folle e di operatore
di prodigi. Di sabato, da buon ebreo, partecipa al culto nella
sinagoga e "incominciò a insegnare". Subito
si manifesta l'effetto dell'uditorio: "Molti rimanevano
stupidi".
L'episodio si apre e poi si
chiuderà all'insegna dello stupore. Lo "stupore",
di solito, nei Vangeli, è il sentimento che provano quanti
hanno assistito a un miracolo compiuto da Gesù e sfocia,
quasi sempre, nella lode di Dio. Qui a Nazareth lo stupore parte
bene. Di fronte alla sapienza del loro compaesano, che non aveva
frequentato le scuole dei rabbini, si interrogano: "Che
sapienza è mai questa che gli è stata datta?".
Data da Dio, si intende. La loro domanda sembra, quindi, imboccare
la direzione giusta. Ma, una volta sfiorata la verità,
non proseguono verso di essa, infatti subito si chiedono: "Non
è costui il carpentiere?".
Ecco qui la domanda fondamentale, che attraversa tutto il vangelo
di Marco. L'intento dell'evangelista è, appunto, portarci
a trovare la risposta vera all'interrogativo che riguarda la
persona di Gesù: Chi è Gesù? Chi entra in
qualche modo in contatto con Lui sente affiorare necessariamente
questa domanda sulla sua identità. Spesso però
il problema non è tenuto aperto in un atteggiamento di
ricerca e di riflessione seria. Le ragioni: superficialità,
paura di convertirsi? In ogni modo prevale, quasi sempre, la
fretta di dare una risposta.
E ciò avviene nella
direzione sbagliata; essi conoscono le sue umili origini, lo
hanno visto crescere. Sanno tutto di Lui: è il carpentiere,
che ha ereditato il mestiere dal padre Giuseppe. E' un bravo
operaio, come altri del villaggio. Conoscono sua madre: "Non
è il figlio di Maria?". Conoscono i suoi cugini.
Insomma la sua è una famiglia insignificante. E così
lo stupore, invece di diventare fede entusiasta, si tramuta in
scetticismo incredulo: "Si scandalizzavano di lui".
La radice di tale incredulità
è proprio l'incapacità di riconoscere la presenza
e l'azione di Dio in ciò che è umile e quotidiano.
Lo "scandalo", cioè l'ostacolo a credere, deriva
dal fatto che Gesù non rispondeva alla loro immagine di
Dio: un Dio che, se si manifesta, deve farlo in modo evidente
e spettacolare.
"E non vi potè
operare nessun prodigio". Gesù ha come le mani legate.
L'incredulità lo blocca. I miracoli non sono gesti straordinari
destinati a impressionare la gente e a forzare l'adesione nei
confronti di Gesù. Non "producono" la fede.
Il miracolo è sempre una risposta alla fede. Il miracolo
si può "leggere" soltanto alla luce del credere
ed è un appello al credere: un appello rivolto al cuore
delle persone. Ecco perché Gesù non opera nessun
prodigio, ma guarisce solo pochi malati, nella misura della loro
fede. "E si meravigliava della loro incredulità".
Gesù prova un disagio e un rincrescimento profondo, rimane,
per così dire, "spiazzato".
Lo delude e lo amareggia la
falsa religiosità di quanti pretendono che Dio si manifesti
soltanto nella potenza e nel trionfo, mentre non accettano che
intervenga nella povertà e nella semplicità. Dio
con l'Incarnazione penetra nell'umanità fino al limite
estremo, attraverso un "carpentiere", un uomo che soffre
ingiustamente il rifiuto e muore di una morte ignominiosa.
Che grazia quel giorno per
gli abitanti di Nazareth, quando nella loro sinagoga hanno ricevuto
la visita di Gesù e hanno ascoltato la sua parola! Che
occasione! Ma questa grazia e questa occasione si ripete anche
per noi quando ci troviamo riuniti per celebrare l'Eucaristica,
qui ed ora, sappiamo, Gesù è in mezzo a noi.
Ai nazaretani non è
bastata la conoscenza di Gesù, la vicinanza fisica e la
familiarità con Lui per riconoscere il suo mistero. Anche
noi potremmo lasciarci giocare dalla falsa presunzione di avere
familiarità con Gesù, di sapere tutto di Lui, ma
saremo, così, anche noi incapaci di superare i nostri
schemi e non essere attenti a cogliere la novità di Dio,
che per amore si abbassa donandosi a noi, rivelando al tempo
stesso il volto del Padre e nel Figlio la nostra vocazione di
figli.
Anche oggi può accadere
pure a noi di non saper riconoscere la presenza e l'appello di
Dio attraverso le persone che ci vivono accanto, negli avvenimenti
che costellano la nostra esistenza. E così ci può
sfuggire l'occasione che Dio ci offre per convertirci al Vangelo.
Chi si comporta
come gli abitanti di Nazareth, ossia chi non accetta l'autorità
di Gesù sulla sua vita, impedisce al Signore di operare.
Sta scritto che a Nazareth Gesù non poté operare
miracoli; non è che non volle, "non poté".
I suoi concittadini volevano
che operassse qualche miracolo, ma non avevano capito che non
si trattava di fare prodigi o magie al servizio della propria
fama. Il miracolo è la risposta di Dio a colui che tende
la mano e chiede aiuto. Nessuno di loro tesse la mano. Tutti
semmai avanzavano pretese. Non è questa la via per incontrare
il Signore.
Dio non ascolta
l'orgoglioso. Volge invece il suo sguardo sull'umile e sul povero,
sul malato e sul bisognoso.
A Nazareth, infatti, Gesù poté
guarire solo alcuni malati: appunto, quelli che invocavano aiuto
mentre passava. Beati noi se, staccandoci dalla mentalità
dei nazareni della sinagoga, ci mettiamo accanto a quei malati
che stavano fuori e che chiedevano aiuto al giovane profeta che
passava.