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 Anno Liturgico  A  

          TEMPO ORDINARIO / ANNO A /
     
  16 NOVEMBRE 2008 33a DOMENICA
        LITURGIA DELLA DOMENICA / Omelia

LA PARABOLA DEI TALENTI
Solennità della Chiesa locale

I Vescovi della regione piemontese hanno fissato la presente domenica per il ricordo della "dedicazione della propria Chiesa" e la "solennità della Chiesa locale". La ragione per tale scelta sta nel rapporto simbolico che intercorre tra la chiesa, intesa come edificio di culto, e la chiesa, intesa come comunità di persone che professano la medesima fede in Gesù Cristo.

La liturgia di questa domenica ha quindi lo scopo di aiutarci a prendere più viva coscienza del legame che ci unisce gli uni agli altri, nel costituire insieme la Chiesa che è presente e visibile nella nostra parrocchia, nella Città e diocesi di Torino, e nel celebrare il legame che ci unisce al Vescovo, nell'insieme della comunità diocesana.

È la fede in Gesù Cristo che ci unisce per formare una cosa sola; tante persone diverse, che Dio ha riunito per formare il suo popolo; pietre vive che lo Spirito di Dio cementa le une alle altre per formare un edificio spirituale, per essere tempio santo del Signore; tanti tralci che insieme formano con Cristo un'unica vite.

La parabola dei talenti, (del padrone cioè che chiede conto ai suoi servi di come hanno fatto fruttare i denari ricevuti, e condanna il neghittoso che ha nascosto la moneta per non perderla), che l'Evangelista Matteo propone nel brano del Vangelo di questa 33a domenica, ci richiama ancora una volta la necessità di essere vigilanti e pronti per la venuta del Signore, ma insiste in modo particolare sul senso di responsabilità, di laboriosità, di iniziativa che ognuno deve avere nella gestione dei beni che ha ricevuto da Dio.

L'insegnamento della parabola è evidente: noi tutti non possiamo considerarci padroni di quanto abbiamo, ma soltanto degli amministratori dei beni ricevuti da Dio, dei talenti, delle doti cioè che ognuno possiede, delle qualità sia di ordine naturale, a partire dal dono della vita, sia di ordine intellettuale, doni di mente e di cuore; sia soprattutto di ordine soprannaturale: i doni della grazia, la Fede, la Speranza, la Carità, i doni dello Spirito Santo, e le tante grazie attuali che Dio dissemina lungo il corso della nostra vita.

Tutti questi talenti (doni, qualità, capacità) devono essere utilizzati bene, e devono rendere, devono essere cioè tradotti in opere buone. E proprio di come avremo saputo metterli a frutto, dovremo rendere conto a Dio, quando ci chiamerà a presentare ragione della nostra amministrazione.
A chi avrà impiegato bene e fatto fruttare i doni ricevuti sarà dato il premio di "partecipare alla gioia del padrone", e di far parte della sua famiglia. Ma l'infingardo, il fannullone, chi ha avuto paura di rischiare e di impegnarsi, ne sarà escluso, anzi sarà privato anche di quello che ha avuto, per non averlo saputo apprezzare e valorizzare.

Il momento del rendiconto avviene al termine della nostra vita, perché dopo la nostra morte ha luogo il "giudizio particolare". S. Paolo scrive ai cristiani di Corinto: "Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male".

Riflettere, in questo finire dell'Anno liturgico, sulle realtà ultime della nostra esistenza, sui Novissimi (Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso), non è allarmarci o metterci in stato di ansietà, ma esclusivamente uno stimolarci ad operare sempre meglio ed a far fruttare i doni che Dio ci ha dato.

Ci è utile a questo proposito rileggere quanto ci insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1021 - 1037):

* La morte pone fine alla vita dell'uomo, come tempo utile per accogliere o rifiutare la grazia divina apparsa in Cristo;
* Dopo la morte "sarà data immediata retribuzione a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede"; "ogni uomo riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna in un giudizio particolare";
* A coloro che muoiono in grazia di Dio e sono purificati da ogni macchia di peccato, è data in premio subito la "visione beatifica", la contemplazione cioè del Mistero di Dio, "la comunione perfetta di vita e di amore con la SS. Trinità, la Vergine Maria, gli Angeli e i Beati in cielo", la gioia cioè del Paradiso;
* Coloro che muoiono in grazia di Dio, ma non sono perfettamente purificati dalle loro colpe, sono cioè in stato di peccato veniale, "pur avendo la certezza della loro salvezza eterna, sono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione (purgatorio) per ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia" del paradiso. La Chiesa ci invita ad offrire suffragi, e specialmente il Sacrificio Eucaristico della Messa, per le anime dei defunti proprio perché purificate possano giungere alla visione di Dio.
* Coloro che muoiono in stato di peccato mortale "senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, rimangono separati da Lui per sempre, per loro libera scelta, si autoescludono dalla comunione con Dio e con i beati"; "questa separazione per sempre da Dio è la loro pena principale".

La Parola di Dio ci dice ancora "Memorare novissima tua et non peccabis in aeternum!" Rifletti sui Novissimi, sulle ultime realtà della tua esistenza, e certo non peccherai.

Il pensiero della morte, e del giudizio di Dio non ci deve spaventare, ma semplicemente stimolare ad operare il bene, meglio che possiamo, per meritare il Paradiso ed evitare così l'Inferno, che non è stato creato per noi, ma per gli angeli ribelli a Dio.

Don Bosco ci esorta ad essere attivi sempre nell'operare il bene, senza spaventarci delle difficoltà, certi che "in fin di vita si raccoglie il frutto delle opere buone".
Ci aiuti la Vergine Maria Ausiliatrice.

                                                                                      D. MARIO MORRA sdb

                                                                      

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