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TEMPO ORDINARIO / ANNO A /
29 GIUGNO 2008: 13a DOMENICA: Santi Pietro e Paolo
LITURGIA DELLA DOMENICA / OmeliaSANTI PIETRO E PAOLO In questa XIII Domenica del Tempo Ordinario, una "fortunata" coincidenza ci fa' festeggiare la solennità dei santi Pietro e Paolo; due persone, due testimoni di credenti a cui tutta la Chiesa deve molto. San Pietro, apostolo e discepolo scelto da Gesù stesso per fondare la Sua Chiesa, San Paolo, discepolo e apostolo eletto da Cristo e mandato alle "genti", a coloro che non erano del ceppo del popolo giudaico. E' notevole che fin dal principio i cristiani riconoscono in queste due figure i capostipiti della Chiesa stessa e come ad essi faranno giungere il lato giuridico legato alla Tradizione, nella figura di Pietro, e il lato carismatico legato alla potenza innovativa dello Spirito, nella figura di Paolo.
Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, troviamo un preludio di ciò che il Signore, il Dio fedele alle sue promesse, compirà per il suo popolo: la liberazione da ogni schiavitù e da ogni timore. Questo Egli lo può compiere solamente se il credente lascia che la grazia operi nella sua vita. Se Pietro si fosse imposto all'angelo, o non lo avesse seguito nei comandi che gli diede, probabilmente oggi non ricorderemo questa persona. Ma egli ci mostra, con il suo esempio, ciò che ogni battezzato è chiamato a fare per accogliere il progetto del Padre.
La seconda lettura, tratta dalla seconda lettera di San Paolo a Timoteo, ci consegna il testamento di San Paolo stesso. Egli sa' che i suoi giorni sulla terra stanno per finire, e forse intuisce che questa non sarà una fine tranquilla, serena, ma al contrario tragfica e crudele. Nonostante questa consapevolezza la sua fede in quel Signore che lo ha scelto e mandato, no nviene meno, anzi rafforza la sua consapevolezza del Suo amore.
La consapevolezza di Paolo, "Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno"; deve diventare di ogni cristiano, e la modalità per cui ogni credente è chiamato a realizzarla nella propria vita, è sempre Paolo che la indica: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede". La riuscita o meno della propria vita credente si gioca sul tenere o perdere la fede, sul ravvivare quella realazione d'amore che in Gesù, Dio-Padre vuole attuare e cerca di attuare con ogni essere umano, o di dimenticarsi e misconoscere che siamo figli di Dio, e non agire nella nostra vita quotidina, di conseguenza.
Il famosissimo brano del Vangelo di Matteo, ci consegna la chiamata e l'istituzione di Pietro quale fondamento su cui Cristo stesso poggia la sua Chiesa. Ad un certo punto del cammino Gesù chiede a chi gli è più vicino, gli apostoli, quale idea di Lui egli hanno, ma indirettamente chiedendo prima a loro cosa la gente, cioè coloro che lo stanno seguendo da tempo e vedono ciò che Egli compie e sentono ciò che Egli annuncia, di Lui dice, qual'è l'opinione pubblica creatasi intorno a Gesù. E gli Apostoli rispondono a tale quesito posto da Gesù, e Pietro, facendosi portavoce degli Undici, risponde sul peronale quesito posto da Gesù.
Ma a Gesù non interessa fare un'indagine di mercato sul suo operato e sulla sua immagine. Egli è "preoccupato" di sapere i suoi gesti e le sue parola salvifiche vengono comprese come tali da coloro che a lui dovrebbero essere più vicini. "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" questa la risposta di Pietro, una risposta non concettuale, catechistica, ma profondamente vissuta in quel rapporto speciale col Cristo Signore; e solo a fronte di questa relazione che Pietro può farsi portavoce di questa considerazione, e Gesù dirà: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli", proprio grazie a quel rapporto di fede che vede coinvolti Gesù e i Dodici, il Padre viene rivelato dallo stesso Gesù e riconosciuto, seppur non in maniera piena e definitiva, da parte dei suoi Apostoli.
Ancora una volta l'evangelista Matteo, ci mette difronte all'identità di Gesù, ma in questa occasione egli preannuncia la sua identità messianica tramite la risposta di Pietro. Così ogni battezzato che sente e vede le opere del Figlio è chiamato a con-formare le sue parole e le sue scelte quotidiane a quel Signore che nello Spirito del Figlio realizza la Sua amorosa Alleanza. Riconoscere che l'inizio e il termine di ogni nostro agire dipenda dall'amore del Padre che si dona tramite il Figlio nello Spirito è un cammino che dura tutta la vita, con i suoi apici felici e le sue crisi profonde, ma è solo facendo crescere e coltivando sempre più, in noi, questa relazione d'amore filiale che possiamo conosce e comprende il senso della vita e il senso del mondo.
Resta la possibilità di fare diversamente, ma tale possibilità in quanto possibilità è una disgrazia che se attuata porta alla lontananza e perdita di quel rapporto d'amore che da sempre ci constituisce e vuole essere con-preso nella vita di ogni creatura.
LUCA DESSERAFINO sdb
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