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21 maggio 2017 | 6a Domenica di Pasqua - A | Lectio Divina


"Io pregherò il Padre e vi darà un altro Consolatore "

Il tema dello Spirito, mentre collega la prima lettura al brano del Vangelo, preannuncia già l'arrivo della Pentecoste, che ormai non è più molto lontana.
Dopo che la Chiesa di Gerusalemme ha saputo del successo della predicazione del diacono Filippo in Samaria, invia Pietro e Giovanni per autenticarne l'opera di evangelizzazione e soprattutto per stabilire rapporti di fraternità fra la Chiesa-madre e quella nuova comunità: "Essi scesero e pregarono per loro affinché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo" (At 8,15-17). Lo Spirito è il frutto più saporoso della Pasqua: "Infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato glorificato" (Gv 7,39).
Accanto poi al tema dello Spirito ritroviamo, nella seconda e terza lettura, i più normali riferimenti pasquali: come, ad esempio, il tema della passione e morte del Signore e della sua risurrezione, della nostra associazione alla sofferenza del Maestro e anche della "gioia" nel partecipare alle intimità del suo amore, che sarà anche più grande dopo il suo ritorno al Padre.

"Pronti sempre a rispondere a chi vi domandi ragione della speranza che è in voi"

Particolarmente significativa in questo senso è la seconda lettura, nella quale Pietro esorta i cristiani, "dispersi" nell'Asia Minore (1 Pt 1,1), a non scoraggiarsi nelle persecuzioni che li affliggono, imitando l'esempio di Cristo che, pur essendo innocente, ha accettato generosamente la morte per liberarci dai nostri "peccati". Questo della "prova" è il "culto" più vero, l'"adorazione" più sincera che il cristiano può offrire a Dio in tante circostanze della propria vita.
È evidente lo sfondo pasquale dell'esortazione (1 Pt 3,15-18), soprattutto nell'ultimo versetto, che riecheggia sicuramente un'antica professione di fede, la quale continua nei versetti che seguono (vv. 19-22): Cristo "messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito" (v. 18). La contrapposizione non è, qui, fra il "corpo" di Cristo che muore e il suo "spirito" che, invece, continua a vivere, quanto piuttosto fra la sua morte e la sua risurrezione che avviene in virtù dello "Spirito", il quale opererà anche la nostra risurrezione: "Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11).
Questa dialettica esaltante, ma anche dolorosa, fra morte "nella carne" e vita "nello spirito" è un'esperienza che il cristiano ripete in sé quotidianamente. È il segreto della sua "speranza", di cui deve rendere "ragione" al cospetto del mondo. Proprio mentre egli viene perseguitato e calunniato, mentre è considerato perdente, deve rendere testimonianza con le "opere" della vita, con la sua "buona condotta in Cristo" (v. 16), "con dolcezza e rispetto" (v. 15) persino verso chi gli usa violenza, che il vero vincitore è lui: la risurrezione di Cristo, con la forza incontenibile della vita che essa sprigiona, opera in lui. L'amore è più forte dell'ostilità, della malevolenza e della calunnia!
È dunque con la totalità della sua vita e delle espressioni nelle quali essa si manifesta che il cristiano "risponde" a chiunque gli "domanda ragione della speranza che è in lui" (v. 15). Questo testo, che spesso viene citato per esprimere il dovere che il credente ha di saper esporre e difendere la sua fede in maniera convinta e convincente, dice molto di più: è con tutta la vita che dobbiamo annunciare la nostra fede nella risurrezione del Signore!
Sebbene gli uomini l'abbiano ostracizzato e abbiano tentato di chiuderlo per sempre nell'oscurità di un sepolcro, Cristo ha rotolato la pietra che lo chiudeva nella prigione della morte. È proprio partendo da questo fatto certissimo che il cristiano si fa annunciatore di un messaggio, oltre che di fede, di "speranza": tutto può essere capovolto e trasformato, anche l'ingiustizia, l'iniquità, la violenza, la tortura, perfino la morte se gli uomini accetteranno di lasciarsi guidare dalla luce della risurrezione, cioè dalla "potenza" dell'amore che si dona, come ha fatto Cristo, in piena gratuità, al servizio di Dio e dei fratelli.

"Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò"

Proprio sul tema dell'amore si apre e si chiude anche il brano di Vangelo odierno, che continua il discorso di "consolazione" che abbiamo incominciato a commentare la Domenica scorsa: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti... Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui" (Gv 14,15.21).
Ai motivi già detti, per cui gli Apostoli non devono "turbarsi" (v. 14) per la sua dipartita, Gesù ne aggiunge un altro estremamente consolante: la sua costante presenza, addirittura la sua "epifania" ("mi manifesterò a lui"), in chiunque lo "ama".
Però questo amore deve essere vero, testimoniato dalle opere. La pietra di paragone, del resto, per saggiare l'amore dei discepoli è alla portata di ognuno: l'osservanza dei "comandamenti" (vv. 15.21). Si direbbe che Gesù tende a identificarsi con la sua "parola", nella quale si esprime la sua volontà. Perciò là dove c'è l'attuazione della sua volontà, espressa nel "comandamento", egli stesso è presente e "si manifesta" sempre più intimamente ai suoi. E con lui c'è anche il Padre, che allarga il circolo di questa rispondenza di amore: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio" (v. 21).
Dal che si deduce che non è più vicino a Dio o a Cristo chi "conosce" di più, ma chi "ama" di più ed è più fedele ai comandamenti che, in certo senso, li immanentizzano in noi. Forse noi cristiani non prendiamo troppo sul serio queste parole del Signore; ed è proprio per questo che ci manca il fuoco dell'amore e la luce irradiante di Cristo nella nostra vita. Non abbiamo ancora scoperto che tutti, senza nessuna eccezione, siamo chiamati all'incontro "mistico" con lui!

"Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere"

Oltre a promettere una "rivelazione" sempre più intima di sé a chiunque lo ama, Gesù promette ai discepoli anche il "dono" dello Spirito Santo: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi" (vv. 16-17).
Colpisce in queste parole la contrapposizione con il "mondo" che, a differenza dei discepoli, "non può ricevere" lo Spirito (v. 17).
Perché questa incapacità a percepire la realtà dello Spirito? Essa deriva dal fatto che il mondo "non lo vede e non lo conosce" (v. 17). Il verbo "vedere" (theoréin) in Giovanni non è mai riferito a un vedere puramente esteriore: esso indica piuttosto uno sguardo attento, scrutatore, interessato, che va al di là delle semplice apparenze e sa scorgere in certi fatti storici (per esempio, la vita o la morte di Gesù) il segno della presenza di Dio.
Orbene, il "mondo" non ha questo atteggiamento di disponibilità e di apertura agli interventi di Dio: è come un cieco, che è naturalmente refrattario alla luce. Come il cieco dovrebbe prima guarire per poter essere illuminato, così il mondo dovrebbe cessare di essere mondo per poter "ricevere" lo Spirito! È il dramma delle tenebre e della luce che si fanno continua guerra e che è il tema dominante di tutto il quarto Vangelo, fin dal prologo: "La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta" (1,5).
È anche interessante la terminologia con cui Giovanni ci presenta lo Spirito. Esso viene prima di tutto chiamato con il nome di "Consolatore" (secondo il greco "Paraclito"). Questo termine è proprio di Giovanni;1 nei testi profani significa piuttosto colui che viene in aiuto dell'imputato, cioè l'avvocato. Tale è il senso di un passo in cui l'appellativo è riferito a Cristo: "Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre" (1 Gv 2,1). Nei testi evangelici, però, il termine esprime più una funzione di "assistenza" ai credenti che quella di avvocato: di qui anche l'idea del "confortare" e del "consolare".
Dunque lo Spirito ha il compito di rincuorare e di assicurare i credenti nelle difficoltà a cui andranno incontro. Egli, perciò, continuerà l'opera stessa di Cristo, lui pure "Consolatore": "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore" (v. 16). Fino a questo momento Gesù aveva provveduto personalmente a "custodire" quelli che il Padre gli aveva dato (17,12): adesso che se ne va, lo Spirito Santo avrà lui cura del suo gregge.

"Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi"

E non sarà una cura meno premurosa; tutt'altro! "Voi lo conoscete, perché egli dimora presso (pará) di voi e sarà in (en) voi" (v. 17).
Si noti la progressione delle due preposizioni greche: parà ("presso") indica non tanto la permanenza in un luogo, quanto l'accoglienza, l'ospitalità, la comunione tra persone; en ("in") denota l'interiorità della presenza dello Spirito. È dall'interno dunque che egli aiuta e consola i cristiani a rimanere fedeli al loro Signore.
E li aiuta soprattutto "illuminandoli", perché possano penetrare sempre meglio la "verità" annunciata da Cristo, e che in pratica si identifica con lui (cf 14,6): perciò viene detto anche "Spirito di verità" (v. 17). L'espressione è già conosciuta nel tardo giudaismo e vi designa lo Spirito che fa conoscere la verità e fa vivere gli uomini in conformità con essa.2 Nessun uomo, con le sole sue forze, può afferrare e vivere il mistero di Dio manifestatosi in Cristo: per questo gli Apostoli sono stati illuminati pienamente solo dopo la discesa dello Spirito!
E anche oggi la Chiesa può realizzarsi soltanto se si lascia inondare dalla luce dello Spirito, che certamente la "guiderà alla verità tutta intera" (16,13). Non una "verità" nuova, però, né diversa da quella annunciataci da Cristo, ma la "interezza" e la esplicitazione di quella: non c'è rottura fra il "tempo di Cristo" e il "tempo dello Spirito"!
Infatti non è che lo Spirito "sostituisca" Cristo; aiuta soltanto a conoscerlo meglio e a viverlo più intensamente nella sua nuova forma di "presenza", anche più intima, in mezzo ai suoi. È quanto ci dicono alcune parole, particolarmente commoventi, di questo discorso che stiamo commentando. "Non vi lascerò orfani, ritornerò a voi! Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi" (vv. 18-20).

"Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete"

Gesù dunque non lascerà "orfani" i suoi discepoli. La sola evocazione di questo termine basta a dire il clima di commozione in cui si deve essere svolto questo discorso di addio e che vibrava ancora nel cuore dell'Evangelista a tanta distanza da quel giorno. E non saranno "orfani" perché lo "vedranno" ancora, oltre la sua morte stessa.
È evidente qui il rimando alle "apparizioni" di Cristo dopo la sua risurrezione: ma non solo a queste. È tutta l'esperienza che la prima generazione cristiana e quelle successive faranno della continua e molteplice "presenza" di Cristo in mezzo a loro, derivante da quei primi incontri con i suoi dopo la sua morte. La capacità percettiva della fede non è meno forte e meno vera del contatto "fisico" con il Risorto: "Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete" (v. 19).
"L'esperienza personale dei testimoni oculari si trasmette nel messaggio della fede, e la visione corporale lascia il posto a una coscienza di fede altrettanto persuasiva. L'evangelista unisce senza dubbio e involontariamente questi due dati perché li ha vissuti insieme. Non può separare dalla sua esperienza vissuta la sua convinzione di fede, né lasciare questa esperienza senza eco nella Chiesa futura. La risurrezione non è soltanto un fatto storico, è un avvenimento sempre attivo. Mentre nella notte di Pasqua la Chiesa lascia prorompere la sua gioia con la spontaneità di un bambino per celebrare l'avvenimento, all'introito del giorno sa trasferire questo canto di gioia nei toni gravi e pieni di maestà di una certezza pacata: "Io sono risorto e sono ancora con voi, alleluia!"".3
Proprio questa certezza permette a Cristo di adoperare qui una espressione particolarmente solenne: "In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi" (v. 20). È la formula misteriosa che adoperavano i Profeti dell'Antico Testamento per esprimere il tempo dei grandi interventi divini.4 Con il Cristo risorto, quegli interventi sono offerti agli uomini ad ogni momento. Per il credente "ogni giorno" può e deve diventare "quel giorno"!


Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche, Elledici, Torino

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