Home   |   Home - Liturgia della Domenica A-B-C    Anno A 2016-2017   |  Info Salesiani DB Valdocco  

27 novembre 2016 | 1a Domenica di Avvento A | Omelia


"Vegliate, perché non sapete
in quale giorno il Signore verrà"

Non è facile comprendere il "mistero" dell'Avvento, che nel ciclo liturgico proprio oggi incomincia a riprendere la sua corsa. Esso infatti vuol celebrare la "venuta" o, forse anche meglio, "l'avvicinamento" del Signore: ma le "venute" di Cristo sono molteplici, potremmo dire infinite. Orbene, quale "venuta" del Signore intende l'Avvento celebrare, o evocare, o sollecitare?
La sua venuta "storica", di duemila anni fa circa, ci sta ormai dietro le spalle; quella possiamo solo ricordarla e ne possiamo, anzi dobbiamo, gioire, ma ci rimarrà sempre lontana nel tempo. Eppure la Chiesa, con il suo itinerario "avventuale", vuol proprio farci incontrare con la luce abbagliante del Natale, che ricorda appunto la venuta storica del Cristo. Se questo è vero, è però altrettanto innegabile che proprio la Liturgia di questa prima Domenica d'Avvento scavalca il Natale, apre prospettive più lontane che ci stanno davanti, e non dietro le spalle: essa ci orienta alla venuta "finale" del Cristo, di cui nessuno sa quando verrà, "neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre" (Mt 24,36). Nello stesso tempo ci insegna che Gesù viene infinite volte nella vita del cristiano, come dice san Paolo quando scrive che "la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti" (Rm 13,11). La "salvezza" non è una realtà che si fa una volta per tutte, ma una serie di "eventi" che rinnovano e trasformano in continuazione la nostra vita per porla in trasparenza davanti a Dio: ma ogni "evento" salvifico è sempre un "avvento" del Signore!
Comunque, rimane sempre vero che tutte queste venute del Signore che si coestendono a tutta la nostra vita, fino all'incontro finale con lui, prendono luce, ispirazione, densità di significato proprio dalla sua prima venuta nella carne. Di qui la "polivalenza" teologico-liturgica dell'Avvento, che ci permette di leggere tutta la storia, sacra e anche profana, individuale e collettiva, in chiave di "attesa" di qualcosa o di Qualcuno che dia compimento a tutte le speranze e a tutti i desideri di bene, anzi del "meglio", che germina nel cuore degli uomini.

"Forgeranno le loro spade in vomeri"

Un'"attesa" che incomincia da molto lontano, già dai tempi dell'Antico Testamento, come ci testimonia la prima lettura, ripresa dalle profezie di Isaia (2,1-5).
L'oracolo, pronunciato in un momento di crisi politico-religiosa, quando Israele cercava più l'appoggio di alleanze umane (cf c. 7) che l'aiuto da parte di Dio, svela il fine dell'agire di Dio nella storia del popolo eletto, rappresentato qui dal monte Sion, dove sorgeva la Città santa: raccogliere tutti i popoli della terra sotto la guida e alla luce della "parola" del Signore, facendone una sola famiglia da cui sia bandita per sempre la guerra. Mentre il regno di Giuda si sta impegnando, per mezzo del re Acaz, in alleanze di guerra (la guerra siro-efraemita: 734-732 a.C.), il Profeta preannunzia la fine di tutte le guerre (2,2-5).
È risaputo che questo brano si ritrova quasi identico nel profeta Michea (4,1-3): di qui la discussione fra gli studiosi quale dei due sia più antico. Noi riteniamo la "originarietà" isaiana del testo.
Ma non è la questione critica che ci interessa in questo momento, bensì il significato "teologico" del passo profetico.
Orbene, mi sembra che le idee fondamentali siano due: a) Verrà un tempo in cui i popoli si riverseranno in Gerusalemme, perché in essa c'è il "tempio del Signore", di dove egli "indicherà le sue vie" e proclamerà la sua "legge" e la sua "parola" (v. 3); b) il risultato di questo comune ascolto della "parola" sarà l'unità dei diversi popoli fra di loro e la pacificazione universale.
Ma tutto questo è visione fantastica, o autentico annuncio profetico? Guardando da vicino la realtà, saremmo tentati di dire che siamo davanti a sogni di fantasia galoppante; guardando invece agli aneliti più profondi del cuore umano, sentiamo che la profezia già si muove, già spinge le forze segrete della storia verso questa unità dei popoli e la rappacificazione universale.
Il problema però è di non lasciare le parole del Profeta abbandonate a se stesse, ma di permettere loro di fermentare la storia, creando gli "spazi" per la loro azione. E il primo spazio concreto è quello di una comunità, in cui quei valori di "fraternità" e di pace si realizzino davvero: una Gerusalemme splendente, posta "sulla cima dei monti" (v. 2), come un "segno" di richiamo per tutte le genti. È facile vedere, in tutto questo, l'adombramento della Chiesa e della sua funzione nel mondo: essa deve essere davvero "segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano".1
Intesa in questo senso, è chiaro che la pagina di Isaia delinea le vie di un "avvento" che non finisce mai: dalla prima venuta di Cristo agli appuntamenti della Chiesa (nuova Gerusalemme) con il mondo, alla crescita faticosa di questa nuova umanità per mezzo soprattutto dell'opera dei cristiani, fino al ritorno glorioso di Cristo, è tutto un andare incontro a "Colui che viene" (cf Ap 1,4) continuamente.

"Come fu ai giorni di Noè..."

Per non mancare però a nessuno di questi "incontri" con lui, è necessario che il cristiano sia "vigilante", cioè vinca la tentazione del sonno o della stanchezza nella lunga attesa. È quanto ci richiama alla mente il brano di Vangelo, ripreso da san Matteo e che fa come da appendice e da commento al discorso "escatologico", introducendo appunto il tema della "vigilanza", ampiamente sviluppato dal primo Evangelista (24,42; 25,30) con diverse parabole (le dieci vergini, i talenti, ecc.).
Il richiamo e l'analogia con quanto avvenne ai tempi di Noè, in cui la gente beatamente viveva come se nulla dovesse accadere oltre quello che avviene ogni giorno, sottolineano due cose: a) la necessità di non lasciarsi assorbire o sopraffare dai problemi del vivere quotidiano, dimenticando le possibili "sorprese" di Dio; b) un aspetto di minaccia e di rischio, incluso nella "venuta" del Signore, così come lo era nell'evento sconvolgente del diluvio.
Il quale, però, non fu soltanto un evento di rovina e di maledizione, ma anche occasione di salvezza per Noè e i suoi familiari (cf Gn 7,11-23). Davanti a Dio che viene si realizza sempre una forma di "giudizio": egli salva chi è aperto a lui e docile alla sua parola, come Noè che aveva costruito pazientemente la sua arca; respinge, invece, chi lo ha respinto, chi non ha mai sentito il desiderio di lui, chi non ha innalzato verso di lui il suo cuore.
È quanto avverrà anche quando il Cristo ritornerà: "Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata" (v. 41). Non è certo a capriccio che "l'una sarà presa e l'altra lasciata", ma secondo il giusto giudizio di Dio. L'immagine, però, sta a dire come nessuno di noi abbia la sicurezza di essere dalla parte di Dio: questo lo rivelerà l'ultimo giorno! Una ragione di più che abbiamo, tutti indistintamente, di attendere con trepidazione e "vigilanza" il Signore, in qualunque "giorno" piaccia a lui di venire.
"Vegliate dunque..." (v. 42). È l'invito che ricorre insistentemente (cf anche 25,13) in tutto il brano e sottolinea lo sforzo dello stare sveglio, del non lasciarsi sorprendere dal sonno, come una sentinella nella notte, che non si lascia trarre in inganno dalla quiete apparente, sempre piena di insidie nascoste, pronte a scattare nel momento in cui meno ci si aspetta.
La piccola parabola che segue tende precisamente a chiarire questo aspetto di "sorpresa", sul quale conta appunto l'avversario: "Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'Uomo verrà" (vv. 43-44). Il ladro non manda a dire quando verrà a fare lo scasso nella nostra casa! C'è un solo modo di prevenirlo: quello di attenderlo sempre.
La parabola non vuol certo paragonare il Cristo che viene a un ladro: vuol solo dire il senso di attesa vigilante con cui dobbiamo essere pronti ad accoglierlo quando a lui piacerà di venire. In tal modo il "vegliare" sta a significare un atteggiamento del nostro spirito, per cui non ci sfugge nessuna delle molteplici venute del Signore nella nostra vita, preparandoci così meglio a quella ultima. È quanto dice meravigliosamente sant'Agostino: "Non resistamus primo adventui, ut non expavescamus secundum".2

"È ormai tempo di svegliarci dal sonno"

Ed è, ritengo, il significato del meraviglioso brano di san Paolo, proposto come seconda lettura: "È ormai tempo di svegliarci dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via, perciò, le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno..." (Rm 13,11-13).
Più che un invito a non dormire, qui c'è un invito a "svegliarci dal sonno"; è un'allusione alla vita passata di tanti cristiani, che è stata più un "sonno" consumato nella "notte" del male che non un vivere nella "luce" che è Cristo! Adesso, però, che Cristo ha fatto irruzione nella nostra vita, mediante la fede, dobbiamo vivere "come in pieno giorno", senza rimpiangere la "notte".
Tutte queste immagini vogliono evocare la "decisività" radicale del nostro incontro con Cristo: con lui è venuta la "pienezza dei tempi" (cf Gal 4,4), dunque la fase ultima della "salvezza", che a nessuno è lecito sprecare, o realizzare solo parzialmente. Se perciò l'Apostolo dice che adesso "la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti" (v. 11), non intende tanto riferirsi al momento del nostro incontro finale con Cristo che ora sarebbe più vicino, quanto piuttosto a una "salvezza" realizzata più intensamente, già fin da questo momento, attraverso i molteplici incontri con lui.
Vorrei, in un certo senso, dire che l'Avvento ultimo sarà come la "sintesi" e il coronamento di tutti gli altri avventi della nostra vita e della storia.


Settimio CIPRIANI  (+)
Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche, Elledici, Torino

Home   |   Home - Liturgia della Domenica A-B-C    Anno A 2016-2017   |  Info Salesiani DB Valdocco

Visita Nr. http://counter.digits.net/wc/-d/4/scudum