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LE COSE DI DON BOSCO: di JOSE' J. GOMEZ PALACIOS sdb

Il Cuor d'oro                                                    (BS Settembre 2014 - Traduzione di Deborah CONTRATTO)



Nonostante il nome ricercato che portavo, nascondevo tra le mie mura un'oscura taverna; era sempre affollata da uomini dallo sguardo cattivo e donne dalle sconce posture. La mobilia si riduceva a un paio di sedie, tutte traballanti.
Ero diventava il posto di raduno della feccia di tutto il circondario. Di tanto in tanto, i quartini di vino erano illuminati dalle lame dei coltelli.
Ricordo ancora molto bene quella notte d'inverno. Era tutto pronto per mandare in fumo le speranze di un giovane prete che, a pochi isolati di distanza, insegnava ai ragazzi poveri come essere buoni cristiani e onesti cittadini. Questo gruppo di malfattori, stanchi del fatto che i giovani andassero a riposarsi all'ombra fresca e pulita di don Bosco, decisero di segare l'albero.
Mi sembra ancora di vederli preparare il vino avvelenato in quella bottiglia con tanto di etichetta contrassegnata. Per poi pianificare come avrebbero ingannato la vittima: avrebbero chiamato don Bosco per amministrare il sacramento della confessione a un falso moribondo. Al suo arrivo l'avrebbero obbligato a bere il vino avvelenato. Alcuni iniziarono a uscire, in cerca della vittima.
Quando infine compresi le loro intenzioni, qualcosa dentro di me iniziò a ribellarsi. Le pareti di cui ero composta erano intrise di malvagità e c'era un buio tale che sembrava quasi non dovesse mai sorgere il sole. Io nutrivo grande ammirazione per quei ragazzi lavoratori che, al posto del mio buio, avevano scelto la luce dell'affetto e dell'onestà di don Bosco.
Arrivò don Bosco e, dopo la finta confessione, gli offrirono un bicchiere di vino. Don Bosco rifiutò, ma quelli insistettero, prima con parole forti, poi anche con gesti aggressivi. Come avrei voluto urlargli che era in grave pericolo! I minuti passavano e la resa dei conti stava arrivando.
Di scatto qualcuno si alzò, prendendo la bottiglia di vino avvelenato. Riempì il bicchiere. Tutti gli sguardi erano su di lui, su don Bosco. Prese il bicchiere tra le mani e lo sollevò. Il cuore mi batteva a mille e chiusi gli occhi per la grande paura.
Quando li riaprì, erano tutti lì. C'erano anche sei dei suoi giovani dell'Oratorio. Erano appena arrivati e interruppero il grande silenzio che nel frattempo era calato con la domanda: "Don Bosco, sta bene, vero?".
Vidi il bicchiere di vino, intatto, lì, su uno dei tavoli. Il cuore stava ancora battendo all'impazzata.
Se ne andarono tutti insieme, sorridenti, e mi prese un senso d'invidia nei loro confronti. Come mi sarebbe piaciuto andare via insieme a loro. Perché, anche se sono sempre stata un'oscura taverna, ho sempre sognato di dare onore al mio bel nome: "Il cuore d'oro" e con don Bosco il mio sogno si sarebbe di sicuro avverato.

La storia
Nelle vicinanze dell'oratorio c'era una taverna, frequentata in gran parte da gente di mal costume. Alcune di queste persone decisero di disfarsi di don Bosco, mettendo in serio pericolo la sua vita (Memorie dell'Oratorio, terza decade).


Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...


         
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