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LE COSE DI DON BOSCO: di JOSE' J. GOMEZ PALACIOS sdb


Il pallone aerostatico                                                             
(di B.F. - BS n.7-2014)


Sono un piccolo pallone aerostatico. Il mio corpo è formato da grandi strisce di carta velina, dai colori molto vivaci. Quella domenica mattina me ne stavo rannicchiato in una cassa, insieme con altri palloni. All'improvviso vidi arrivare un sacerdote e non riuscii a evitare la delusione, immaginandomi già appeso sui muri di una chiesa, impossibilitato del tutto a volare in alto verso il cielo. Mi sbagliavo, amici miei, e di grosso.
Ci incamminammo per le strade della città e, dopo un po', in lontananza, sentii le voci di un gruppo di ragazzi. Le strade ciottolate della città erano ormai lontane e, davanti a noi, iniziò ad aprirsi un sentiero che saliva su di un'alta collina. Si sentivano sempre più forti i canti, accompagnati da un tamburo, una chitarra e una tromba.
Passò un'oretta e, infine… eccoci arrivati. Il sacerdote appoggiò sopra di un tronco d'albero la cassa contenente noi palloni e, una volta aperta, potei vedere il profilo della basilica di Superga e l'immensa spianata che c'è di fronte.
E che sorpresa vedere poi quello stesso giovane sacerdote impegnato in un centinaio di giochi: bocce, trampolini, salto della corda, gare di corsa.
Ma, tutto a un tratto, capii che qualcosa non funzionava bene. Il giovane prete parlava con un altro sacerdote, ma a bassa voce. Le loro voci contrastavano con il chiasso e il rumore che proveniva dai tavoli: "Ci hanno revocato il contratto di casa Moretta. I fratelli Filippi non vogliono riaffittarci il prato. Non abbiamo più un posto dove radunarci".
Dopo aver mangiato, entrarono tutti in santuario, chiedendo aiuto alla Vergine con canti e preghiere. Poi tornarono tutti quanti a giocare.
E, infine, arrivò il mio turno: ero la parte conclusiva della giornata di festa. Dispiegarono il mio corpo, prepararono un pugno di cotone e lo arrotolarono con del filo. Gli diedero fuoco e, piano piano, l'aria calda iniziò a riempirmi.
Mentre spiccavo il volo, non potei fare a meno di notare che il giovane sacerdote mi stava osservando. Percepivo nei suoi occhi la preoccupazione di non avere un luogo dove poter radunarsi con i suoi giovani la domenica dopo.
Anche se noi palloni non sappiamo pregare, presi su di me il peso di quella preghiera mentre salivo verso il cielo e, felice di quel peso, mi spinsi ben più in alto della quota che solitamente raggiungiamo. Superai il limite del ragionevole e, chiaramente, il mio corpo di carta velina si fece in mille pezzi.
Ma non ho dubbi, miei cari amici: ne è valsa la pena. Qualcuno di voi, per caso, sa se alla fine il mio sacrificio è valso perché quel giovane prete trovasse una casa per i suoi ragazzi?

La storia
Marzo 1846. Don Bosco non ha un luogo dove radunarsi con i giovani. Vagherà per diverse chiese e santuari. Alcuni parroci invitano i ragazzi a mangiare presso la Basilica di Superga e la festosa giornata termina con un bel volo di palloni aerostatici (Memorie dell'Oratorio. Seconda decade, numero 20).


                                      

Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...


         
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