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 LE COSE DI DON BOSCO di:  Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

IL CANTO DI NATALE                                            (Traduzione di Deborah Contratto)

La storia - Natale del 1842. L'oratorio è solo un'idea, ancora vaga. Don Bosco però compone una canzone natalizia per un piccolo gruppo di ragazzini, tutti operai e manovali, che da qualche tempo aiutava e con cui si riuniva. Tutti insieme, come coro, la cantano nella chiesa della Consolata ed hanno un grande successo (Memorie Biografiche. Tomo II, 107-108).

Sono nato nel mese di dicembre. I miei occhi si sono aperti per la prima volta quando per le strade di Torino tirava un gelido vento, di quello che arriva dalle Alpi. La gente in quel momento si stava preparando alla festa del Santo Natale.

M'immaginavo, cari lettori, che noi canti di Natale nascessimo sulla tastiera di un pianoforte, nel mezzo di centinaia di partiture musicali e che il nostro corpo fosse formato dalle linee di un pentagramma. E invece no. Quel giovane sacerdote aveva scritto il testo su un foglio ingiallito e, come punto di appoggio, aveva invece usato una delle ringhiere della chiesa di San Francesco d'Assisi.
I primi momenti della mia vita, lo ammetto, sono stati caratterizzati dalla grande paura di poter nascere con qualche deformità.
Le parole c'erano… ma la musica? La melodia?
Passarono i minuti e don Bosco iniziò a cantare... le note nell'insieme erano dotate di grande armonia e così capii che, a mano a mano, uscivano direttamente dalla mente di chi le aveva create.

Subito pensai a quello che sarebbe stato il mio futuro: sarei stata intonata da un gruppo di voci adulte nel coro di una chiesa, avrei avuto una vasta gamma di timbri, mi avrebbe accompagnato il suono di un organo così da poter essere ascolta fin nel più remoto angolo della chiesa. I cuori dei fedeli, al sentirmi, si sarebbero riempiti di una grande gioia. Io, un semplice canto di Natale, sarei stato il cuore pulsante della celebrazione della nascita di Gesù.

Il giorno dopo però, tutti quei sogni di grande e di gloria andarono in frantumi. Al posto di un coro di persone adulte, vidi arrivare una dozzina di ragazzini, anche un po' rozzi nelle maniere. Nonostante le pazienti indicazioni che don Bosco dava loro, stavano letteralmente maltrattando le note che mi componevano. E non finisce qui… il luogo delle loro prove non era nemmeno una chiesa... stavano cantando e provando mentre passeggiavano per le vie del centro di Torino… Tutti i passanti guardavano stupiti quel sacerdote che, tra risate e burle, ripeteva il ritornello: "Cantate con voce gioiosa grati canti d'amor, è nato un dolce Bambino, vostro Dio e Salvator".

E arrivò il giorno di Natale. Quando ormai avevo perso ogni speranza, ecco invece una cosa del tutto inaspettata. Quei ragazzi, dopo aver spolverato con attenzione le proprie giacche sgualcite, con in mano i loro cappelli da manovali, stavano cercando di mantenere calmi i nervi e… wow… si trovano in un coro… sì, esatto… erano nel coro della chiesa della Consolata... la chiesa più importante che in quel momento c'era a Torino. Don Bosco sedeva all'organo, pronto a farli cantare. Finita la comunione, guardò i ragazzi, fece un piccolo sorriso di complicità, alzò le braccia e iniziò ad appoggiare le dita sui tasti dell'organo… e che sinfonia che usciva… i ragazzi iniziarono quindi a dare voce alla melodia. Spaventato, chiusi per alcuni secondi gli occhi, temendo il peggio. Sbagliavo però… le voci di quei ragazzi s'innalzarono chiare e sicure… si potevano capire tutte quante le sillabe delle parole…

Molti dei fedeli che assistevano alla messa si voltarono, stupiti, verso il coro. E quando vidi negli occhi di alcuni di loro le lacrime, ebbene sì…. quei ragazzi, con le loro voci, avevano fatto di me qualcosa di più di un semplice canto di Natale. Mi avevo trasformato nel cuore pulsante di questa importantissima festa della nascita di Nostro Signore.



                                     Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...

         
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