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 LE COSE DI DON BOSCO di : Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

LA CHIAVE DEL COFANETTO                                   (Traduzione di Deborah Contratto)

La storia - Don Bosco ha sempre conservato un bellissimo e incancellabile
ricordo del suo maestro don Calosso. È lui stesso che, nelle Memorie dell’Oratorio, ci racconta la storia
della chiave del cofanetto (Memorie dell’Oratorio, prima decade, n. 3 ).

Sono una piccola chiave di metallo dorato. Ho avuto l’onore di aver custodito i segreti
di un piccolo cofanetto di mogano e, all’interno, foderato di velluto.
Sono sempre stata forte e fedele; non mi sono mai venduta a nessuno.
Per più di trent’anni ho conservato i piccoli risparmi di don Calosso, un anziano sacerdote.
Questo buon’uomo, incurvato dal peso degli anni, è stato anche dottore di teologia. Tanto
in lui ha brillato la stella della saggezza che, per gli ultimi anni della sua vita terrena, aveva deciso di
dedicarsi a essere il Buon Pastore in un piccolo villaggio rurale. Sotto la lunga talare consumata
dal tempo, batteva sempre un cuore pieno di saggezza e bontà. Quando parlava di Dio usava
parole semplici, cosicché anche i contadini di Morialdo potevano capire i suoi discorsi.
La mia vita però, a un certo punto cambiò.
E questo fu quando don Calosso decise di aiutare un certo ragazzino, di nome Giovanni
Bosco. Veniva dalla frazione dei Becchi e non aveva soldi per pagare gli studi.
Iniziò così ad insegnarli il latino perché, un giorno, potesse diventare sacerdote. Un brutto giorno
però il mio padrone, don Calosso, venne colpito da un attacco di emiplegia. Restò paralizzato per
metà nel corpo e non era più in grado di parlare.
Era però ancora capace di far capire, a gesti, che voleva che gli chiamassero Giovannino Bosco.
Il ragazzo si recò subito al suo capezzale e fu proprio in quel momento che l’anziano sacerdote
mi consegnò a lui.
Quello, credetemi, fu un momento molto difficile per me. Nonostante la tristezza che mi stava
riempiendo il cuore in quel momento, sentivo di essere finita in buone mani.
Quando don Calosso morì, i primi a essere avvisati furono i nipoti, che arrivarono dalla città,
partecipando alla messa funebre e alla sepoltura al cimitero. Quando seppero dell’esistenza del
cofanetto i loro cuori si riempirono di avidità e subito chiesero di avere la chiave per aprirlo. Ma
nessuno sapeva nulla. Quindi, con rabbia, iniziarono a gridare ai quattro venti che loro erano gli
eredi e che era un loro diritto averla.
In quel momento Giovannino aprì la mano e comparvi io. Gli occhi dei nipoti di don Calosso
brillarono, pieni di sentimenti di cupidigia. Con grande velocità mi strapparono dalle mani di
Giovannino, aprirono il cofanetto e, intascato il denaro, se ne tornarono in città.
Quelle settimane furono caratterizzate da un grande dolore, condiviso tra me e Giovannino.
Ma, alla fine, i suoi occhi ritornarono a sorridere alla vita, e così decise di conservare in quel
prezioso cofanetto delle nuove cose: i libri che don Calosso gli aveva regalato. E proprio io avevo
l’onore di essere la chiave che custodiva quella saggezza. •


                                     Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...

         
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