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 LE COSE DI DON BOSCO di : Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

La Lacrima

Erano giorni che lottavo per venire alla luce. Desideravo con tutte le mie forze abbandonare la mia prigione forzata e sentirmi libera: finalmente sfogarmi. La pena di don Bosco attanagliava il mio corpo trasparente.
Lui però celava accuratamente il suo dolore e si mostrava con tutti di buon umore e li riempiva di speranza raccontando mille meraviglie intorno al futuro Orato-rio, che per allora esisteva soltanto nella sua mente e nei decreti del Si-gnore.
Perciò venivo sempre respinta indietro.
I fratelli Filippi allontanarono don Bosco e i suoi ragazzi da quello che era il germe del loro Oratorio, un prato in affitto. La voce si sparse subito. Gli amici del giovane prete cominciarono subito a tentare di persuaderlo ad abbandonare l'inutile impresa, così detta da loro.
Io ero sempre pronta, nell'angolo dell'occhio che ora aveva perso un po' della sua luce piena di speranza mentre guardava tutti quei ragazzi che correvano, cantavano e pregavano spensierati.
Un giorno, uno dei più cari amici di don Bosco, il teologo Borrelli, davanti a tutti prese a dire così: "Per non esporci a perdere tutto è meglio salvare qualche cosa. Lasciamo in libertà tutti gli attuali giovanetti, riteniamone soltanto una ven-tina dei più piccoli".
Don Bosco rispose: "Non occorre aspettare altra opportunità, il sito è preparato, vi è un cortile spazioso, una casa con molti fanciulli, porticato, chiesa, preti, chierici, tutto ai nostri cenni".
"Ma dove sono queste cose?" interruppe il teologo Borrelli.
"Io non so dire dove siano, ma esistono certamente e sono per noi".
Il teologo Borrelli si commosse: "Povero don Bosco, esclamò, gli ha davvero dato di volta il cervello".
Venne l'ultima sera sul prato dei fratelli Filippi. Don Bosco era sfinito di forze, incompreso, osteggiato e perfino deriso, non aveva più un palmo di terra dove radunare i suoi amici.
Guardò i ragazzi che giocavano, poi si accasciò in un angolo e mi lasciò sgorgare con tutto il mio peso di dolore, di sollie-vo e di consolazione: la missione che il Creatore ci ha affidato.
"Mio Dio" pregava don Bosco, "perché non mi fai capire chiaramente quello che devo fare?"
In quel preciso momento arrivò non un angelo, ma un ometto balbuziente che gli propose una tettoia malandata che il proprietario, un certo Pinardi, voleva affittare. Don Bosco accettò, tornò di corsa dai suoi giovani e gridò: "Allegri, figlio-li! Abbiamo trovato l'oratorio! Avremo chiesa, scuola e cortile per saltare e giocare. Domenica ci andremo. È là, in casa Pinardi!"
Era domenica delle Palme. La domenica seguente era Pasqua di Risurrezione.
Io ero ancora ferma sulla talare e se non fosse un controsenso devo confessare che, per la prima volta in vita mia, sorrisi. 3
Il 5 aprile 1846, don Bosco deve abbandonare il prato dei fratelli Filippi. Quella sera, don Bosco pianse e pregò. Il 12 aprile 1846, festa di Pasqua, si trasferisce a Valdocco, nella tettoia Pinardi. Lì si trova ancora oggi.

Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...


         
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