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 LE COSE DI DON BOSCO di : Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

La Sartoria

Ero la migliore sartoria dei dintorni. Ma quando quel Giovannino mi ha lasciato, non ho potuto reprimere un senso di intensa delusione. Avevo tante speranze nel giovane apprendista che veniva fin qui dalla lontana frazione dei Becchi... E invece. Perché quella decisione?
Ricordo benissimo il momento in cui ci conoscemmo. Davanti agli occhi sgranati di quel contadino
quindicenne, arrivato da me per fare l'apprendista sarto mentre frequentava la scuola di Castelnuovo, avevo sciorinato tutte le ricchezze e i segreti dei miei scaffali, l'assortimento di rocchetti di filo ben ordinati per colore e il fragile filo per le imbastiture, i righelli di legno per tracciare i modelli, le grandi forbici lucidate dall'uso frequente. Non mi fu difficile impressionare quel ragazzo ricciuto che fino a quel momento aveva conosciuto solo l'ago e il ditale di sua madre. Anche lui si affeziona me. Cantava in chiesa con il mio padrone, Giovanni Roberto, capo-cantore della parrocchia, impara suonare il violino e anche l'organo. Quel ragazzo era una spugna: assorbiva e imparava tutto. Decise di imparare il mestiere del sarto. In brevissimo tempo divenne capace di attaccare i bottoni, fare gli orli, le cuciture semplici e doppie; poi apprese a tagliare mutande, corpetti, calzoni, camicie. Lo sentii dire scherzando ai suoi amici: "Mi pare di essere divenuto un valente capo-sarto". Bravo, lo era veramente. Tanto che il mio padrone gli fece delle proposte assai vantaggiose, perché si fermasse definitivamente a lavorare con lui. Ma diverse erano le vedute di Giovanni: egli desiderava solo poter continuare a studiare. Tutti i lavori che faceva gli servivano per
pagarsi i libri e la scuola. Mi dispiacque un po'. Sarebbe stato un ottimo sarto. Per un attimo avevo immaginato un futuro brillante con lui. Mi ero vista trasformata in sartoria di lusso. Cos., dopo di lui, tornarono i soliti apprendisti mediocri. Per un po' lo dimenticai. Passarono gli anni. Un giorno, una cliente del mio padrone raccontò la meravigliosa storia di un apprendista chierese che era diventato prete e dedicava la vita ai ragazzi poveri di Torino. Gongolai di gioia e orgoglio. Quel Giovannino non mi aveva dimenticato: lavorava come un buon sarto! Rammendava le ferite della vita e ricuciva i cuori dei giovani sfruttati. Confezionava vestiti dignitosi per trasformare i giovani in
onesti cittadini. Eliminava le pieghe sbagliate con il perdono e cuciva camicie di futuro perché i suoi preti potessero girare "in maniche di camicia". Raccontava spesso un sogno: "Io mi vidi già prete, con rocchetto e stola: e cos. vestito lavorava in una bottega da sarto, ma non cuciva cose nuove, bensì rappezzava robe logore e metteva insieme un gran numero di pezzi di panno". Negli ultimi giorni della sua vita terrena, il medico gli disse: "Don Bosco, lei è come un vestito logoro". Ma già gli stavano preparando uno stupendo vestito di luce nella sartoria del Cielo.

LA STORIA
Nel 1830, Giovanni Bosco, per mantenersi agli studi, si mise ad imparare il mestiere del sarto. In brevissimo tempo divenne abilissimo tanto che il padrone gli propose di lavorare stabilmente nella sua sartoria. (Memorie Biografiche I, 233-234)


Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...


         
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