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 LE COSE DI DON BOSCO di : Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

La Tromba

"Peperepepé! Pepé ! Pepe-repepé!" Il mio corpo di ottone luccicava al sole di primavera. Ce la mettevo tutta e facevo vibrare l'aria con la mia voce squillante. Il prato dei fratelli Filippi fremeva di vita e di allegria e le mie note potenti vincevano lo scampanio della domenica mattina.
Il mio giovane padrone sapeva suonare solo due o tre melodie elementari, ma con i suoi robusti giovani polmoni riuscivo ad arrivare in tutto il quartiere e anche un po' più in là.
Dal momento in cui le mani del mio padrone mi tiravano fuori dal mio triste astuccio incominciava la mia vera vita: scandire la giornata di una schiera effervescente di ragazzi che giocavano e correvano, sorridevano e pregavano sotto lo sguardo di don Bosco, il giovane prete ricciuto che mi aveva presa in prestito insieme al mio padrone.
Fino a quel momento avevo suonato solo per i ricordi di un anziano suonatore di banda e per suo nipote che voleva imparare a suonare qualche ballabile per tromba, ma era troppo impaziente. I tempi in cui giravo per le sale da ballo, linda e luccicante, sembravano definitivamente finiti per me.
Ma poi era arrivato don Bosco e tutto era cambiato. Un giorno, aveva incontrato il nipote del mio padrone che si af-fannava a "fare le scale" (rompendo i timpani a tutto il vicinato) e gli aveva detto: "Ho bisogno di te per dare gli avvisi a tutti i ragazzi!" Il mio padroncino era arrossito: "Sono timido, non ho il coraggio di parlare in pubblico, mi metto a balbettare per l'emozione". "Non aver paura. Darai gli avvisi con la tua tromba. Uno squillo significa smettere di gio-care, due squilli per il silenzio e così via".
Da quel momento, mi trovai a suonare nella più bella orchestra del mondo. Don Bosco era il maestro e gli orchestrali erano centinaia di ragazzi che trovavano il loro Paradiso terrestre in quell'Oratorio, la cui volta e le cui pareti erano la medesima volta del cielo.
"Perepé, perepé!". Uno squillo radunava tutti i ragazzi, due robusti squilli ottenevano il silenzio, tre squilli significavano: "È ora di tornare a casa". E poi c'erano le passeggiate, nelle quali stavo in testa allo schiamazzante corteo di giovani, gui-dando allegramente la baraonda.
Quella era vita!
Un giorno, anche grazie a me, don Bosco impose il silenzio con un cenno di mano a quattrocento giovani che corre-vano e strepitavano nel prato. Un carabiniere che assisteva alla scena esclamò: "Se questo prete fosse un generale d'armata, potrebbe combattere contro il più potente esercito del mondo".
Non durò a lungo. Qualche settimana dopo, i fratelli Filippi, padroni del prato intimarono a don Bosco di lasciare il pra-to. Fu un momento triste per don Bosco, ma non si scoraggiò: "Vi è un cortile spazioso, una casa con molti fanciulli, porticato, chiesa, preti, chierici, tutto ai nostri cenni". Il suo cuore e la sua fede vedevano già tutto e così, invece di suoni tristi, quella sera intonai i più begli squilli di gioia del mio repertorio. K

La storia
Nel marzo del 1846, don Bosco deve abbandonare casa Moretta e prende in affitto un prato dai fratelli Filippi. Racconta lui stesso: "Ad un certo punto della mattinata si dava un suono di tromba, che radunava tutti i giova-netti, altro suono di tromba indicava il silenzio, che mi dava campo a parlare…" (Memorie dell'Oratorio, Seconda decade, n. 20).


Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...


         
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