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 LE COSE DI DON BOSCO di : Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

Lo Sgabuzzino

I miei giorni e le mie notti trascorrevano vuoti e polverosi. La città di Chieri aveva una discreta vita notturna, che non mi sfiorava neppure. Quando decisero di aprire il Caffè Pianta proprio in questo mio edificio, mi dissi: "Finalmente un po' di movimento anche da queste parti!"
Sognavo di essere riempito di bottiglie e barattoli interessanti, ma passavano i mesi e io continuavo ad essere uno sgabuzzino vuoto, un bugigattolo festonato di ragnatele.
Ero situato tra due vani. Quello di sinistra era zeppo di tavolini, affollati di gente che chiacchierava e beveva. Quello di destra era una sala da biliardo, tavoli di velluto verde illuminati da lampade a petrolio. Colpi secchi di stecca contro le biglie. Sotto avevo il forno per la pasticceria. Il profumo delle torte era l'unica cosa buona della mia vita.
Un giorno, vidi arrivare il padrone. Era accompagnato da Giovanni Bosco, un giovane studente che lavorava nel Caffè come cameriere. Mi osservarono attentamente, misurarono la mia superficie, calcolarono l'altezza e poi si strinsero la mano: l'affare era concluso. Scricchiolavo tutto in attesa della mia sospirata utilità. Probabilmente sarei stato presto riempito di sac-chi di caffè, cacao e zucchero.
Invece quella sera, quando uscirono, traballando un poco, gli ultimi avventori, arrivò Giovanni Bosco. Sotto la zazzera ricciuta, gli occhi scintillavano e un sorriso a metà tra rassegnazione e speranza gli sfiorava le labbra. Era carico di povere cose. Sistemò un materasso sul pavimento, con alcune assi costruì un tavolino. Fece un altro viaggio e tornò con una pila di libri e una candela. Accese la candela ed io ero al colmo della felicità. Avevo addirittura un inquilino! Fine delle lunghe notti solitarie. Già la prima sera si sedette sul materasso e cominciò a leggere.
Sono così diventato la prima casa di Giovanni Bosco. Non ero il massimo della comodità, per poco che Giovanni si fosse al-lungato sul materasso, i suoi piedi finivano fuori dell'apertura.
Arrivava stanchissimo, dopo aver frequentato la scuola e lavorato nel Caffè e nella sala biliardo per tutto il giorno. Ma studiava, stringendo i pugni, finché il sonno non lo vinceva.
Quando si addormentava, io vegliavo i suoi sogni, ascoltavo con tutta la tenerezza dei miei vecchi muri i battiti del suo cuore, viaggiavo con lui sui suoi libri per paesi lontani dove immaginava quel suo futuro diverso, che gli faceva brillare gli occhi.
Sono passati quasi 180 anni. Ma sono ancora qui. Per raccontare ai visitatori il ricordo e la presenza di quel giova-ne e i suoi sogni.
I turisti commentano, si entusiasmano, fotografano. Sono certo che Giovanni Bosco continua a dare un senso alla loro vita. Come lo diede al mio vecchio cuore di sgabuzzino inutile. E

LA STORIA: Nell'anno scolastico 1833-34, Giovanni Bosco era studente lavoratore a Chieri. Faceva il "garzone caffettiere" nel Caffè Pianta dove il padrone, amico di famiglia, in cambio del lavoro gli dava l'alloggio e la mine-stra. Giovanni dormiva in uno sgabuzzino ricavato sopra il forno cui si accedeva per mezzo di una scaletta. (Memorie dell'Oratorio, Prima decade, 9).

Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...


         
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