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 LE COSE DI DON BOSCO di : Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

IL CIMITERO

Per più di un secolo, la mia esistenza fu segnata dalla quiete serena delle tombe. I miei portici dalle curve snelle ed eleganti custodivano con pietà e rispetto il sonno eterno dei nobili, vegliati dalle statue di marmo, e le umili sepol-ture dei più poveri di cui si ricordava solo la parrocchia d'appartenenza.
Il mio pesante cancello si apriva solo per cortei di persone meste, vestite a lutto, sussurranti tra le la-crime. L'unico rumore era quello delle palate di terra che cadevano sulle bare.
Ma più delle vetuste epigrafi è inciso in me il ricordo di quella domenica mattina.
Erano almeno quindici anni che nessuno veniva sepolto nella mia terra santa. Un gran vociare, sempre più forte, mi scosse dal mio triste sonnecchiare. Aguzzai orecchi e occhi: c'era gente che veniva verso di me. Il cancello arrugginito si aprì con un lamentoso cigolio. Centinaia di piccoli piedi cominciarono a martellare il mio suolo. Correvano tra le tombe e sui vecchi viottoli abbandonati, si inseguivano, saltavano, si nascondevano dietro i pilastri. Erano bambini, ragazzi, giovani.
Poi di colpo cessarono urla e risate e si fece un gran silenzio. Una voce di adulto dolce e profonda diede loro il benvenuto. Era un prete giovane che cominciò a parlare di Dio che è Padre e della sua bontà. Aveva il sorriso sulle labbra e la gioia nelle parole. Non potei fare a meno di ricordare tanti altri preti che avevano officiato i loro riti avvolti nei paramenti neri, biasci-cando solo parole tristi.
Per tutta la mattina, i piedi di quei ragazzi pestarono le erbacce dell'abbandono e la muffa delle vec-chie pietre. Le loro grida risuonavano nel mio chiostro come una sinfonia.
Svanì l'odore della morte e, per la prima volta, assaporai il fremito della festa: mi sarei messo a ballare sui miei vecchi pilastri.
Ma durò poco. L'allegra baraonda fu sovrastata dagli strilli stizzosi della serva del cappellano della mia chiesa che uscì fuori di casa infuriata, con la cuffia per traverso e le mani sui fianchi. Con lei inveivano una ragazzina, un cane, un gatto, tutte le galline. Sembrava lo scoppio della guerra.
Il giovane prete, che tutti chiamavano don Bosco, cercò di calmarla, portò i ragazzi in chiesa, raccontò le storie di Dio e re-citò il Rosario con loro.
Alla fine diede loro appuntamento, lì da me, per la domenica successiva.
Aspettai con ansia anch'io, ma la domenica dopo, i ragazzi si affacciarono invano al mio vecchio can-cello. C'era un cartello delle autorità: "È vietato!".
Così ripresi lentamente a morire, ma ricorderò per sempre quella domenica in cui compresi che cosa significa la parola "ri-surrezione". v

La storia
La domenica 25 maggio 1845, don Bosco portò i suoi ragazzi, che aumentavano continuamente, nel cimitero di San Pietro in Vincoli, costruito fuori città nel 1877 e nel quale dal 1829 non veniva più sepolto nessuno. Sperava di aver trovato una sistemazione temporanea, ma le autorità glielo proibirono e l'oratorio di don Bosco riprese a peregrinare di domenica in domenica.

Rubrica apparsa sul Bollettino Salesiano dal 2011...


         
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