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 LE COSE DI DON BOSCO di : Josè J. GOMEZ PALACIOS sdb

La Veste Talare

Sono nata in una stanza piena di rocchetti di filo nero, aghi, forbici e ditali nella sartoria del maestro Andrea Fanelli di Chieri, fornitore ufficiale dei seminaristi.
Capii subito che ero destinata ad una alta dignità e che il mio colore scuro, così elegante, significava la rinuncia al mondo e ai suoi piaceri.
Sarei stata la barriera che difende e separa il sacerdote dal resto della gente. Una fortezza del decoro e dell'onorabilità, la magica cornice in cui avrei trascorso tutta la vita.
Sarei stata sempre circondata da gente seria, ricca di preghiere e opere buone, ordinata come la lunga fila dei miei bottoni.
Un'orgogliosa soddisfazione tendeva le mie cuciture.
Tutto questo pregustavo, quando rivestii quel giovane seminarista che si chiamava Giovanni Bosco. Mi indossò con grande rispetto e venerazione.
Ma non andò come immaginavo. Anzi. Invece dei salotti dei signori, mi trovai nelle maleodoranti celle di un carcere minori-le.
Le prime volte, fui insultata, presa in giro e sputacchiata.
"Cominciamo bene" pensai.
Quel giovane prete però seppe guadagnarsi la confidenza dei giovani carcerati, con la forza del rispetto e della compren-sione. Gli addii diventarono tanti arrivederci. Non godevo di aristocratica onorabilità, ma avevo le tasche piene di cara-melle, cioccolatini, tabacco da distribuire a piene mani.
Spesso, durante la giornata, venivo poco dignitosamente arrotolata alla vita, quando lui si lanciava a giocare con i ragazzi. E in quei momenti sembrava non avesse nient'altro di più importante al mondo.
Ho dovuto sopportare gli aloni bianchi del sudore, i sacchi di calce e di sabbia, gli strattoni. Conservo, nel mio bel tessu-to, cicatrici di cento mestieri e rattoppi poco dignitosi.
Mi buscai pure una pallottola che per fortuna sfiorò solo il povero don Bosco!
Non dimenticherò mai le migliaia di mani piccole e grandi che si sono aggrappate a me, sfilacciandomi l'orlo. Con-dividevo un po' dell'affetto che il giovane prete dispensava a tutti.
Un giorno, per le insistenze della mamma, don Bosco acquistò un'altra veste talare.
Pensavo a un tranquillo pensionamento e invece don Bosco, con un gesto commosso, prese forbici ed ago e mi tra-sformò nel vestito nero di una vecchia contadina piemontese.
Serviva un costume per un teatrino che aveva scritto per i suoi ragazzi.
Ed eccomi qui sul palcoscenico, a raccogliere le ultime briciole di rispettabilità, insieme agli applausi e alle risate.

Rubrica apparsa sul BOLLETTINO SALESIANO DAL 2011...


         
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