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                              ARTISTI A VALDOCCO - ARTE SALESIANA a Valdocco
La Basilica di Maria Ausiliatrice:
Un po' di storia

Fin dagli inizi degli anni sessanta dell'Ottocento, don Bosco sognava di costruire una chiesa di ragguardevoli dimensioni; il motivo immediatamente palesato era quello dell'angustia della chiesa di San Francesco di Sales, edificata tra il 1851 e il 1852 su progetto dell'architetto torinese Federico Blachier (1807-1887). Così si esprimeva con don Paolo Albera una sera del dicembre del 1862: "Io pensavo: la nostra chiesa è troppo piccola, non può contenere tutti i giovani, o vi stanno addossati l'uno all'altro. Quindi ne fabbricheremo un'altra più bella, più grande, che sia magnifica. Le daremo il titolo di Maria Ausiliatrice" (F. GIRAUDI, L'oratorio di don Bosco,Torino1935, p. 165).
Nel 1865 don Bosco avviò la fabbrica della nuova chiesa, costosa in un periodo in cui avrebbe potuto indirizzare le risorse nell'ampliamento e sistemazione dell'oratorio: aveva però compreso che l'atto di fede e di grazie alla Vergine avrebbe sostenuto l'azione educativa sua e dei suoi, molto più di tante altre imprese.
La nuova costruzione doveva pure essere la dichiarazione di consapevolezza del sostegno materno di Maria alla Chiesa nelle vicende travagliate che la videro coinvolta nell'Ottocento. La sintesi di questa fiducia è in una lettera di don Bosco a don Giovanni Cagliero dove scriveva: "La Madonna vuole che la onoriamo sotto il titolo di M. Ausiliatrice: i tempi corrono così tristi che abbiamo bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e a difendere la fede cristiana".
Don Bosco non fu un intenditore d'arte, ma aveva una spiccata sensibilità per le potenzialità di un edificio religioso nel rafforzare la memoria e delle figurazioni artistiche, di carattere sacro, nel trasmettere un messaggio. Affidò dunque la progettazione ad una commissione di architetti suoi amici, ma di fronte alle tante discussioni tagliò corto e diede l'incarico all'architetto Antonio Spezia, che da tempo era in amichevole relazione con lui.
I cinque progetti per la nuova chiesa, firmati da don Bosco e dall'ingegnere Spezia, furono presentati all'ufficio comunale competente datati 14 maggio 1864: si trattava della "Pianta di una Chiesa Dedicata a Maria Auxilium Christianorum Da erigersi in Valdocco di Torino con obblazioni di divoti"; dell'"Ortografia esterna della Facciata Principale"; dell'"Ortografia esterna Delle due Facciate laterali"; della "Sezione Longitudinale" e della "Sezione Trasversale" (G. BRACCO (a cura di), Torino e Don Bosco, vol. III, Torino 1989).
Per il prospetto della chiesa di Maria Ausiliatrice lo Spezia trasse ispirazione dalla facciata della basilica veneziana di San Giorgio Maggiore dell'architetto veneto Andrea Palladio (1508-1580). Con un preciso riferimento a questa architettura, lo Spezia, di certo su indicazioni di don Bosco, voleva sottrarre il nuovo edificio al modello chiesastico locale. Il palladianesimo (la corrente architettonica che si rifà alle opere del Palladio) si presentava come un evento architettonico di vasto respiro internazionale: aveva formidabilmente attecchito in Inghilterra, ed era stato esportato fin in Russia e negli Stati Uniti.
Ovviamente l'architetto apportò quelle modifiche che dessero al suo progetto una patente di originalità e non scadesse nella pedissequa riproposizione di quanto appreso dai libri: fece arretrare le due ali laterali rispetto al prospetto centrale, trasformando quest'ultimo in una sorta di pronao e, in posizione arretrata, dispose due campanili, variazioni che si configurano come un'allusione alla Juvarriana Basilica di Superga.
Incaricando lo Spezia del progetto don Bosco voleva che "fosse in tali proporzioni che potesse accogliere un gran numero di devoti, e render l'onore dovuto all'Augusta Regina del Cielo" (G. B. LEMOYNE, Torino 1909, p. 466).
La fabbrica, tra alterne vicende (corse anche il rischio di essere decurtata di una porzione importante come la cupola), in cinque anni fu portata finalmente a compimento e fu consacrata il 9 giugno del 1868.
Dopo la consacrazione della chiesa si apriva il momento della sua decorazione. Certamente don Bosco aveva in mente un preciso piano iconografico: voleva, attraverso i dipinti posti sugli altari e le devozioni che vi si espletavano, comunicare dei contenuti, presentare al fedele non solo dei santi cui indirizzare le proprie preghiere, ma degli esempi da seguire. Don Bosco stesso nella descrizione che fece dell'apparato decorativo della sua chiesa in un numero delle Letture Cattoliche, uscito nel 1875, intitolato "Maria Ausiliatrice col racconto di alcune grazie" diede ampie spiegazioni del suo programma, commentando le decorazioni pittoriche.
Nel giugno del 1868, al momento della consacrazione, era già al suo posto il quadro maggiore del pittore Tommaso Lorenzone, con raffigurata Maria Ausiliatrice con in braccio il piccolo Gesù e circondata dagli apostoli ed evangelisti; all'altare dedicato a San Giuseppe, nel transetto sinistro, fece collocare una tela con San Giuseppe e la Famiglia di Nazareth dello stesso Lorenzone. Il transetto destro aveva un altare dedicato a San Pietro la pala fu commissionata al pittore milanese Filippo Carcano, il soggetto era la Consegna delle chiavi simboliche all'apostolo da parte di Gesù.
Successivamente, procedendo verso il fondo, si incontrava l'altare dedicato a Sant'Anna, con una tela del pittore Giovanni Battista Fino che aveva come soggetto L'educazione della Vergine. A sinistra della porta principale vi era un altare dedicato da don Bosco ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria; il quadro sopra l'altare si doveva al pennello del pittore torinese Giovanni Bonetti, mentre gli affreschi che decoravano la volta e le pareti della cappella erano stati approntati dal pittore Giuseppe Rollini con scene allegoriche.
Ultimo lavoro, compiuto dopo la morte di don Bosco, fu la decorazione della cupola con la Gloria dell'Ausiliatrice. Il progetto, realizzato dal pittore Giuseppe Rollini, è comunque da far risalire a don Bosco stesso il quale, già dal 1887, aveva sondato la fattibilità del lavoro con due valenti pittori.
Tra gli anni venti e trenta del Novecento i superiori salesiani, in vista della beatificazione e canonizzazione di don Bosco, vollero por mano all'ampliamento e riqualificazione interna della basilica. Nel 1922, il superiore maggiore don Filippo Rinaldi affidò all'arch. Mario Ceradini (1864-1940) l'incarico di un primo studio di un primo progetto. L'improvvisa morte di don Rinaldi, il 5 dicembre 1931, interruppe l'impresa.
Il suo successore Don Pietro Rìcaldone, tenendo conto delle gravi difficoltà che il disegno Ceradini avrebbe incontrato, affidò all'architetto salesiano Giulio Vallotti il compito di una nuova progettazione. Presentata nel 1934 fu approvata all'unanimità e fu deliberata l'immediata esecuzione. Il progetto prevedeva che la chiesa di Don Bosco avesse a subire la minima mutilazione possibile: la demolizione dell'abside e la creazione di un nuovo presbiterio, che accoglieva un nuovo e prezioso altare dedicato a Maria Ausiliatrice, affiancato da due ampie cappelle sormontate da matronei. Al Ceradini restò l'incarico di ideare il nuovo altare di Don Bosco dove un tempo c'era quello di San Pietro.
I lavori iniziarono il 29 Aprile 1935. degli apparati originali furono conservati due soli altari, quello dedicato a San Giuseppe, che aveva già subito arricchimenti nel 1889 e quello di San Francesco di Sales che, sempre nel 1889, aveva sostituito quello originario, dedicato da don Bosco ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria.
L'inaugurazione dell'ampliamento, dell'altare monumentale a San Giovanni Bosco e di parte del rivestimento marmoreo del santuario, avvenne il 9 giugno del 1938, ricorrendo in quell'anno il cinquantesimo anniversario della morte di Don Bosco. Con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale i lavori rallentarono, creando difficoltà di ogni genere, specialmente economiche, fino ad impedirne l'esecuzione. Il 19 dicembre 1942 il decoratore comm. Carlo Cussetti scoprì l'ultima volta della galleria che gira intorno all'altare maggiore, decretando la conclusione dei lavori.
Gli interventi, con l'ampliamento, i rivestimento marmoreo, le decorazioni pittoriche e i nuovi altari (specialmente quello dedicato a don Bosco e di Santa Maria Domenica Mazzarello) crearono un ambiente prezioso e dai risultati si ha quasi l'impressione che l'economo generale don Fedele Giraudi (il propugnatore dei lavori), abbia voluto accostare al santuario mariano, un segno della grandezza della congregazione salesiana.

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L'ingegnere Antonio Spezia era nato il 14 aprile 1814 a Barzona di Calasca (VB) in Valle Anzasca (altrove è detto nativo di Piedimulera in Valle Anzasca, ad una dozzina di chilometri da Calasca). Era figlio di Pietro Antonio, un capomastro e di Maria Teresa Patroni. Nel 1840 fu approvato come ingegnere architetto dall'Università di Pavia e nel 1851 come architetto idraulico e civile dall'Università di Torino. L'amichevole relazione con don Bosco, di cui parla il Giraudi, è da far rimontare al 1851, quando il giovane ingegnere, fresco di laurea, incontrò il nostro il quale lo invitò a redigere la stima della casa Pinardi; congedandolo don Bosco gli disse: "Veda; altra volta avrò bisogno di lei". Pare fosse richiesto, più che per progettazioni di ampio respiro, per ristrutturazioni e ampliamenti di edifici civili già esistenti. Dunque quella di Maria Ausiliatrice è un unicum tra le imprese dell'ingegnere-architetto. Lo Spezia morì a Torino il 17 gennaio 1892.

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Il pittore Tommaso Lorenzone, era nato a Pancalieri (TO) il 13 febbraio 1824; studiò all'Accademia Albertina e si distinse come prolifico produttore soprattutto di quadri a soggetto sacro, di grandi e piccole pale d'altare. Nelle sue opere giovanili sono da apprezzare la fantasia e la freschezza del colore; appartengono a questo periodo le pale d'altare per le chiese torinesi di San Francesco da Paola e di San Gaetano.
Il Lorenzone apprezzava Raffaello e i pittori del rinascimento toscano, tanto è vero che, sia nella disposizione delle figure delle sue composizioni, sovente a sviluppo piramidale, che nelle forme si rifà alla pittura della fine del Quattrocento inizio Cinquecento.
Purtroppo la sua capacità inventiva non fu sempre felice, specialmente nella maturità; ad un certo punto della sua professione, non fu in grado di uscire dagli angusti schemi di una pittura devota, intrisa di sentimentalismo, complice, forse, anche una committenza imperativa nei suoi confronti. Nel corso di questa evoluzione (o involuzione) si perderanno, purtroppo, la freschezza di ispirazione, la pastosità del colore, il gusto raffinato dei particolari. Esemplari di questo periodo sono le tele per le chiese cittadine di San Filippo e di San Secondo e per la collegiata di Giaveno. Anche dai contemporanei fu considerato un pittore privo di originalità e formalmente ortodosso. Morì a Torino nel 1901.

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IL BOZZETTO PER LA PALA DI SAN GIUSEPPE
Dopo la pala per l'altare maggiore della Basilica di Maria Ausiliatrice, nel 1873 Il pittore T. Lorenzone terminava la seconda commessa per don Bosco: la pala per l'altare del braccio sinistro con San Giuseppe e la Santa Famiglia di Nazaret. La tela è al centro di un piccolo giallo: don Bosco nel 1868, nel suo Meraviglie della Madre di Dio, invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, descrive il lavoro come se fosse già collocato al suo posto sopra l'altare, mentre in una lettera del 14 ottobre 1873 a don Rua scrive: "Tra D. Cagliero e D. Savio pensate al quadro di S. Giuseppe che è presso al Sig. Lorenzone finito, e non manca più che della cornice poi si metta a posto". Le Memorie Biografiche rettificano l'espressione di don Bosco: "Nella crociera di sinistra àvvi l'altare che sarà dedicato a S. Giuseppe; ma il quadro non era ancora sul posto, l'artista Tommaso Lorenzoni lavorava a dipingerlo. Esso avrebbe rappresentata la Sacra Famiglia. La composizione era simbolica ed eccone il disegno. S. Giuseppe è in piedi sopra una nuvola, portando sul braccio sinistro il Bambino Gesù, il quale tiene sulle ginocchia un panierino pieno di rose: Il Bambino piglia le rose e le dà a S. Giuseppe e questi man mano le fa piovere sulla chiesa di Maria Ausiliatrice che vedesi di sotto ed ha per sfondo le colline di Superga" (G. B. LEMOYNE, Torino 1917, p.199). Certamente quella del santo è stata una gherminella adottata per dare l'idea ai devoti dell'Ausiliatrice, e ai suoi benefattori, di una chiesa oramai completata se non in tutte le sue parti, almeno nell'arredo essenziale. Come poteva descrivere il quadro nel 68 se è stato terminato nel 73?
La descrizione del dipinto era stata possibile grazie ad un bozzetto dimostrativo che il Lorenzone aveva approntato prima dell'esecuzione della pala. Il piccolo dipinto (cm. 27,5x48) è stato di recente individuato in una collezione privata astigiana. È stato agevole attribuirla al Lorenzone, vista l'evidente parentela con l'opera definitiva; il piccolo lavoro non presenta sostanziali varianti rispetto al prodotto finale. Nel quadro definitivo, le figure sono più voluminose e l'angelo di sinistra presenta un panneggio leggermente più abbondante, con uno svolazzo di tessuto dietro le spalle.

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DUE SCULTURE PER L'ALTARE DELL'AUSILIATRICE DEL 1892
Morto don Bosco il 31 gennaio del 1888, il suo successore, don Michele Rua, avviò un progetto finalizzato all'arricchimento decorativo della chiesa dell'Ausiliatrice.
Le attenzioni più sollecite furono rivolte all'altare maggiore. Si decise di creare una nuova cornice al quadro dell'Ausiliatrice del Lorenzone. I progetti di questo grande complesso furono affidati all'architetto Crescentino Caselli (1849-1933). Il nuovo complesso creato dal Caselli, era ricco di marmi pregiati, mosaici e sculture, due di queste ultime (un San Vincenzo de Paoli e un San Filippo Neri) furono commissionate allo scultore piemontese Giacomo Ginotti (1845-1897). L'artista preparò due modelli in gesso che furono pubblicati sul Bollettino Salesiano dell'agosto di quello stesso 1892. Nell'articolo si accennava pure al fatto che il marmo necessario all'esecuzione delle due sculture era stato donato da un certo sig. Binelli di Leopoldi di Carrara.
Mentre si attendeva la realizzazione dei lavori del Ginotti, fra le due colonne furono collocate due immagini "eseguite solo a modo decorativo nel termine di soli tre giorni, tanto da occupare i due vani", ma l'opera provvisoria divenne definitiva. Forse la mancanza di fondi fece naufragare l'impresa; sta di fatto che le due sculture in marmo non furono mai eseguite. Fu di certo una opportunità mancata, ma il Ginotti fu comunque remunerato per il suo lavoro e i due modelli finirono in qualche deposito di Valdocco. Nove anni dopo, in occasione dell'inaugurazione della chiesa annessa al collegio salesiano di Valsalice, progettata dal salesiano don Vespignani, i due gessi del Ginotti fecero la loro comparsa a coronamento dell'altare maggiore. La descrizione della chiesa che ne diede il Bollettino Salesiano del Maggio del 1901 diceva così: "Aggiungono grazia e decoro allo splendido altare due grandi statue, S. Vincenzo de' Paoli e S. Filippo, delle quali una in cornu Evangelij, l'altra in cornu epistolae, già modellate dal Ginotti". La scritta sul basamento afferma che furono regalate da "I salesiani di Londra".


                                                                                                                                NATALE MAFFIOLI sdb
       
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