|
| HOME
PAGE | HOME
PAGE - ITA | FORMAZIONE
CRISTIANA | FORMAZIONE
MARIANA | INFO
VALDOCCO |
Carissimi fratelli, sorelle, membri della Famgilia Salesiana, giovani: Comincio per esprimere la mia gioia per la grazia di celebrare assieme a voi, qui a Valdocco, questa eucaristia in cui vogliamo esprimere la nostra lode e riconoscenza al Signore in occasione del 150º anniversario della fondazione della nostra amata Congregazione, seme da cui è nata la Famiglia Salesiana. Questa celebrazione ci offre la possibilità di ringraziare il Signore per il dono meraviglioso che ci ha dato in Don Bosco ed, al tempo stesso, di approfondire la nostra vocazione salesiana. Da una parte la Parola di Dio illumina la figura di Don Bosco nel senso che ci fa vedere come si è lasciato modellare dal Cristo, dove risiede il suo carattere evangelico, quello che lo rende modello di sequela e di imitazione del Cristo, e, dall altra parte Don Bosco è per noi un ermeneuta esistenziale del Vangelo, il che vuol dire che la nostra fedeltà a lui, alla sua missione, al suo carisma, al suo spirito ci assicura una vita autenticamente cristiana. «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete, nel regno dei cieli» (Mt 18,3) Il testo di Matteo, che ci presenta il discorso sulla comunità, dal quale la liturgia della parola per la festa di Don Bosco ha preso la prima parte, comincia con una domanda dei discepoli: Chi dunque è il più grande nel Regno dei cieli?. Ed è una domanda certamente portata un po dalla vanità, dallambizione. Però non è del tutto bagliata, perché in una comunità ci si chiede: Ma chi comanda? Chi ha il bastone del comando, chi ha la responsabilità? Certamente cè un capo in ogni comunità, un direttore, un referente, un responsabile. E poi ci si chiede: Ma chi sono con lui quelli che gli stanno più vicini? Come risponde Gesù? Anzitutto con unazione profetica: in silenzio chiama un bambino e lo mette in mezzo e poi dice: In verità vi dico: se non vi convertirete . Dunque Gesù non risponde direttamente alla domanda su chi è il più grande, ma risponde con un imperativo: Se non vi convertite, se non diventate come questo bambino, non entrate nel Regno. È una prima risposta di Gesù alla domanda, un detto che esprime una condizione generale del cristiano: farsi come bambino. Dopo, spiega rispondendo più direttamente alla domanda: perciò chiunque si farà piccolo (si abbasserà dice il greco, si diminuirà) come questo bambino, sarà il grande nel Regno dei cieli. Chi è dunque il più grande nella comunità, in qualsiasi comunità? Il bambino. Si tratta di una risposta enigmatica, controcorrente, provocatoria. Gli apostoli si aspettavamo che dicesse che il più grande forse era Pietro, Giovanni. Il più grande, invece, è un bambino, un bambino sconosciuto. Ci domandiamo perché Gesù qui evoca i bambini? Non lo fa certamente nella maniera idilliaca in cui intendiamo il bambino oggi, perché oggi il bambino è pieno di cure, è al centro della famiglia, è simbolo di tenerezza, di semplicità. Non è in questo senso che Gesù parla di convertirsi, cioè diventare semplici, obbedienti, piacevoli, amabili. È qualcosa di molto più forte. I bambini nellantichità non valevano niente, non erano neanche persone soggette di diritto. Quindi essere bambini significa non valere niente: diventate come coloro che non contano niente; che non contano niente perché non sanno difendersi, non sanno offendere, non hanno denaro; che non contano niente perché non hanno potere, non hanno forza fisica, perché non sanno spiegarsi con parole. Ecco la paradossalità, la forza di questa parola di Gesù: chi accetterà di rovesciare le misure di valore di questo mondo (denaro, potere, successo, contare molto), sarà grande nel Regno dei cieli. Quando diverse volte ho accompagnato gruppi di giovani nella loro visita al Colle ho esperimentato come restano profondamente commossi davanti alla piccola casetta di I Becchi che indica gli umili origini di Don Bosco. Dio sempre agisce attraverso mezzi poveri. Questo è stato il percorso storico di Gesù di Nazaret (cf. Flp 2, 5-11) e questa è la strada indicata ai suoi discepoli, come lo abbiamo appena sentito nel Vangelo: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete, nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Ma che cosa vuol dire da salesiani
farsi piccolo? Cè una pagina di Don
Bosco che mi sembra molto illuminante, anche perché promana
dalla sua stessa esperienza comeducatore. Nella famosa
lettera da Roma di Maggio 1884, scrisse ai salesiani e ai giovani
dellOratorio di Valdocco: Chi vuole essere amato
bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece
piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità.
Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto,
specialmente dai giovani. Con queste parole Don Bosco riassume
lesperienza della sua vita deducatore: per educare
ci si deve rendere piccoli, disponibili, umili, semplici, poveri,
fiduciosi, senza pretese, dare sempre il primo passo, cercare
i più bisognosi, andare incontro dei lontani e abbandonati,
proteggere i pericolanti. Questo è il linguaggio dellamore
(cf. 1Cor 13), e leducazione è questione del cuore,
diceva lui. Amare è dimostrare questamore attraverso
la presenza amichevole, sollecita, attraverso la condivisione,
linteresse cordiale e
Farsi piccolo
è fare la scelta, perché di scelta si tratta («Chiunque
diventerà piccolo come questo bambino, sarà il
più grande nel
regno dei cieli»
v. 4) di organizzare la propria vita attorno ai bisogni dei giovani,
lavorando per loro, pregando per loro, santificandosi per loro,
aprendosi alle loro vite, Oggi i giovani cercano
questo: adulti che li accettino incondizionatamente, adulti capaci
di mettersi alla pari, di esserli vicini; adulti che li facciano
sentirsi importanti, che come Gesù li ponga in mezzo.
È appunto quello che Don Bosco ha fatto e quello che chiedeva
dai suoi salesiani: non solo amare, ma far sentire i ragazzi
che sono amati. Questa è difatti
la strada da percorrere se vogliamo costruire una nuova società,
una «Ciò che
avete ascoltato e veduto in me quello che dovete fare»
(Flp 4,9) Ma come possiamo raggiungere questa mentalità
cristiana e tipicamente salesiana? San Paolo, nel brano della
lettera ai Filippesi che ci è stato letto, ci offre una
risposta assai preziosa: «Tutto quello che è vero, A volte quando vedo
tutte gli analisi sociali della gioventù resto con limpressione
che Che cosa possiamo dunque fare per aumentare la nostra speranza e renderla feconda? Una volta ancora, la Parola di Dio sopra citata ci indica un itinerario da percorrere: In primo luogo, scoprire e far conoscere quanto cè di bello, di buono, di vero, comunicare tutte le esperienze positive. Questo significa avere uno sguardo positivo della vita. In secondo luogo, collaborare
con gli altri in progetti comuni di servizio e di solidarietà;
è proprio nella condivisione dei progetti dove si crea
la comunione e cresce la fraternità. Non si tratta di cose
difficili o straordinarie, e pur sono veramente generatrici di
dinamismi di trasformazione. Parafrasando lApostolo, Don
Bosco ci invita oggi a imitarlo: «Ciò che avete
ascoltato e
| HOME PAGE | HOME PAGE - ITA | FORMAZIONE CRISTIANA | FORMAZIONE MARIANA | INFO VALDOCCO |
|